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Archivio per la categoria ‘Press’

Ferrari Fan Cool

13 luglio 2005 Commenti chiusi

Ferrari Club – RIVOLUZIONE IN CORSO

Si sentono traditi e offesi i sostenitori pi? attivi del Cavallino Rampante, quelli iscritti ai numerosi Club di tutto il mondo. I sodalizi ufficiali sapevano da oltre un anno che prima o poi lo scossone sarebbe arrivato: il loro nome sarebbe passato da Ferrari Club a un pi? generico Fan Club, ma non si aspettavano un giro di vite come quello dello scorso 16 giugno, giunto assieme al comunicato ufficiale. Mittente del messaggio il Fan Club Office, ovvero il nuovo ufficio Ferrari che si occupa dei rapporti con gli ex Ferrari Club.

L’operazione ha lo scopo di mettere ordine nella gestione dei Fan Club, uniformando i rapporti con la Ferrari e impedendo che il nome della Casa di Maranello e il suo marchio vengano impiegati in modo improprio. Ma non solo. Assieme al comunicato c’? anche il nuovo regolamento che, in undici passaggi, puntualizza come non passono essere utilizzati i “segni distintivi” di propriet? del Cavallino (colore, carattere, disegni eccetera). C’? da scommettere che saranno i punti 4 (divieto di organizzare raduni o eventi se non autorizzati dalla Ferrari) e 5 (divieto di produrre merchandising, anche se destinato ai soci del Club) del regolamento a indispettire maggiormente i presidenti dei Fan Club che, dall’oggi al domani, si ritrovano a dover cambiare persino l’abbigliamento.

“Come Ferrari dobbiamo tutelare il marchio, nel rispetto dei clienti e dell’azienda”, sostiene l’addetto stampa Luca Colajanni. “Siamo grati ai nostri tifosi per il sostegno e per la passione che in ogni Gran Premio ci dimostrano, ma tutelare un marchio obbliga a fare delle scelte”. Vedremo come si evolver? questa vicenda. Certo ? che dalle parti di Maranello non potevano trovare un momento peggiore (visti i risultati nel Mondiale di quest’anno) per “irritare” la tifoseria pi? fedele.

Tratto da Quattroruote

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La Norvegia dice no ai formati proprietari

29 giugno 2005 Commenti chiusi

Un dichiarazione d’intenti chiarissima quella con cui il Ministro norvegese per la Modernizzazione ha presentato il proprio piano per portare nella pubblica amministrazione software e standard aperti

Oslo (Norvegia) – “I formati proprietari non saranno pi? accettabili nella comunicazione tra i cittadini e il governo”. ? questa l’affermazione perentoria con cui lo scorso luned? il Ministro per la Modernizzazione norvegese, Morten Andreas Meyer, ha fatto ben comprendere quale sia la politica alla base del suo nuovo piano per l’ammodernamento della pubblica amministrazione.

Sebbene Meyer non abbia fatto il nome di Microsoft, il ministro ha puntato il dito sul “foglio di calcolo che quasi tutti usano” ed ha promesso che “questa sar? l’ultima volta che utilizzer? Windows Media per il broadcast su Internet di una conferenza”. Dichiarazioni, queste, che rappresentano un chiaro e minaccioso avvertimento per il big di Redmond.

Il ministro norvegese ha gi? coinvolto varie istituzioni governative nella stesura di linee guida per l’utilizzo di tecnologie aperte, e sta facendo pressioni affinch?, entro la fine del 2006, tutti i settori pubblici avviino piani per la migrazione verso il software open source.

Il piano appena presentato da Meyer, chiamato eNorge 2009, favorisce le soluzioni basate su codice e standard aperti, come Linux e OpenOffice, ma potrebbe aprire importanti spiragli anche per Apple, che negli ultimi anni ha abbracciato con sempre pi? convinzione le tecnologie open source.

Alcuni analisti sostengono che se Microsoft non sapr? adeguarsi alle nuove politiche varate dal Governo norvegese potrebbe essere estromessa da importanti settori del mercato locale, perdendo altres? una non trascurabile fetta di utenti aziendali e privati: questi, infatti, nei prossimi anni potranno interagire con gli enti pubblici utilizzando ambienti completamente basati su codice open source e standard aperti.

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Cristianesimo FAQ

29 giugno 2005 Commenti chiusi

In 600 domande e risposte tutta la dottrina della Chiesa
Sesso, lavoro, pace nel mondo e inferno. E un errore su Wojtyla
La morale cattolica in compendio

il Papa presenta il nuovo catechismo

Sar? distribuito anche in supermercati, autogrill e aeroporti
Il Pontefice: “Lo affido a tutti gli uomini di buona volont?”

Lo affida non solo ai cattolici, ma a “tutti gli uomini di buona volont?” “che cercano la verit?”. Papa Benedetto XVI d? la sua benedizione allo strumento pi? forte, pervasivo e importante della missione della Chiesa cattolica, il compendio del catechismo. Con una solenne cerimonia nella Sala Clementina, il Pontefice ha consegnato le copie a una rappresentanza di fedeli. Da oggi il compendio – un testo che, nonostante il mutare dei tempi non ha subito modifiche rispetto a quello del ’92 – ? in commercio (18 euro oppure 9,50 l’edizione tascabile). E non sar? difficile trovarlo visto che il libro ? stato diffuso in oltre 150.000 copie dell’edizione tascabile anche in supermercati, autogrill e aeroporti. Il principale artefice di questo lavoro ? proprio Joseph Ratzinger al Papa Wojtyla affid? il compito. Ma proprio sulla figura di Giovanni Paolo II, il documento contiene uno spiacevole errore: lo definisce di “venerata memoria” (cio? considerato morto) in una introduzione datata 20 marzo 2005, quando era ancora vivo.

In poco pi? di 200 pagine e in 598 domande con le relative risposte il compendio ? l’essenza della morale e della dottrina cattolica, la guida che suggerisce ai fedeli come comportarsi per essere in linea con i dettami della Chiesa. La forma dialogica ? stata scelta per semplificare il testo: a domanda concreta, risposta concreta.

Morale sessuale
Ci sono tutti i no della morale sessuale: adulterio, masturbazione, fornicazione, pornografia, prostituzione, stupro, atti omosessuali, contraccezione e ogni atto che “si proponga come scopo o come mezzo, di impedire la procreazione”. Questi sono i “principali peccati contro la castit?”, espressione del “vizio della lussuria”. Poi c’? il richiamo a ogni persona ad accettare la “propria identit? sessuale”, posto che “Dio ha creato l’uomo maschio e femmina”. Sono immorali anche inseminazione e fecondazione artificiali, perch? “dissociano la procreazione dall’atto con cui gli sposi si donano mutualmente, instaurando cos? un dominio della tecnica sull’origine e sul destino della persona umana”.

Non uccidere
Poi c’? la sezione sui confini del togliere la vita: viene ribadito il no a omicidio, aborto, distruzione di embrioni ed eutanasia, ma anche il no “pratico” alla pena di morte e all’accanimento terapeutico.

Sulla pena di morte, avendo presente la enciclica Evangelium vitae del ’94, quindi successiva al catechismo, il compendio riafferma che oggi, a seguito delle possibilit? di cui lo Stato dispone per reprimere il crimine rendendo inoffensivo il colpevole, i casi di assoluta necessit? di pena di morte “sono ormai molto rari se non addirittura praticamente inesistenti”.

La dottrina sociale della Chiesa
Si sottolinea che lo Stato ha delle precise “responsabilit? circa il lavoro”. “Allo Stato – afferma il testo – spetta di procurare sicurezza circa le garanzie delle libert? individuali e delle propriet?, oltre che una moneta stabile e servizi pubblici efficienti; di sorvegliare e guidare l’esercizio dei diritti umani nel settore economico. In rapporto alle circostanze – conclude – la societ? deve aiutare i cittadini a trovare lavoro”.

Pace nel mondo
Si afferma che la pace “non ? solo assenza di guerra”, e il dovere di tutti di contribuire alla pace nel mondo, si condanna il mercato incontrollato delle armi, si ribadiscono le condizioni per l’uso internazionale della forza militare.

Inferno e paradiso
Sul piano teologico, l’inferno c’?, riafferma il compendio, e la pena maggiore ? la “lontananza eterna da Dio”. Cos? come ci sar? il giudizio finale, alla fine del mondo, “di cui solo Dio conosce il giorno e l’ora”.

Culto del corpo
Si stigmatizzano il “culto del corpo e gli eccessi” salutistici. Ci sono dei “doveri” verso il proprio fisico, dice il compendio, ma bisogna evitare “il culto del corpo e ogni sorta di eccessi”. “Vanno inoltre evitati l’uso di stupefacenti, che causano gravissimi danni alla salute e alla vita umana, e anche l’abuso di cibi, dell’alcol, del tabacco e dei medicinali”.

“Pregate anche in latino”
Il Papa invita a pregare anche in latino, e per questo ha voluto che nell’appendice al compendio del catechismo le preghiere siano scritte anche nella versione latina. “Il latino ha osservato – faciliter? il pregare insieme dei fedeli cristiani appartenenti a lingue diverse, specialmente quando si incontreranno per particolari circostanze”.

L’errore su Wojtyla
Nel compendio c’? anche uno spiacevole errore: Papa Wojtyla viene definito di “venerata memoria”, cio? considerato morto, in una introduzione datata 20 marzo 2005, quando era ancora vivo. Giovanni Paolo II infatti ? morto il 2 aprile alle 21,37. L’errore ha una spiegazione abbastanza semplice: l’introduzione del 20 marzo ? quella in cui il cardinale Joseph Ratzinger, capo della commissione per la stesura del compendio, spiega la genesi del testo. Una volta divenuto Papa, nella stesura definitiva qualche estensore zelante deve aver aggiunto “di venerata memoria” alla citazione di papa Wojtyla quale “committente” del compendio, senza rendersi conto che in quella data Giovanni Paolo II era ancora vivo. E’ sicuro che il Vaticano si ? accorto dell’errore, perch? “di venerata memoria” ? stato cancellato nella introduzione su carta diffusa ai giornalisti, ma cancellarlo dalle centinaia di migliaia di copie in circolazione evidentemente ? risultato antieconomico.

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Vogliamo la parit? Uomo-Cervello!

6 giugno 2005 Commenti chiusi

Il ministro Maroni riconferma l’ipotesi di abbandono dell’euro
La Lega: ?La lira? Agganciata al dollaro?
?Usare la moneta europea ? come pagare un dazio. A Pontida presenteremo la nostra ricetta che sta studiando Pagliarini?

La campagna della lira era cominciatata quasi per scherzo. Ma poich? ? stata presa sul serio, ora chi l’ha lanciata ne approfitta. Perch? a forza di negarne qualunque credibilit?, i ?nemici? dell’ipotesi del ritorno alla lira hanno finito per portare acqua al mulino della Lega. Che ora si sente autorizzata a rilanciare, dopo aver alzanto il tiro sui politici ?rei? di aver sostenuto l’adesione all’euro, primo fra tutti Ciampi, con una dichiarazione del ministro Calderoli che ha costretto Berlusconi a interventire personalmente per rimediare.

L’EURO? E’ COME UN DAZIO – E’ devvero singolare che nello spazio di un weekend si passi dalla ?battuta? sul ritorno alla lira, a ipotesi di parit? lira-dollaro come se la nuova lira esistesse davvero. Ma ? cos?, almenno per la Lega. Il gioco Lega riparte oggi dal protagonista iniziale, ovvero il ministro del Welfare, Roberto Maroni, che viene intervistato da Radio Padania, la radio della Lega: ?La questione Lira-Euro – ha detto – ? una cosa seria sulla quale stiamo lavorando, le iniziative saranno presentate a Pontida. I meccanismi per agganciare la lira al dollaro sono allo studio?. Maroni si ? detto ?sicuro? che il ritorno alla doppia circolazione sia realizzabile e ha respinto le accuse di aver fatto della questione Euro-Lira una boutade demagogica e propagandistica. La parit? con il dollaro (che ricorda il catastrofico precedente argentino) non ? la sola novit? che la Lega vuole introdurre per reinventarsi il sistema economico e monetario italiano. ?A Pontida diremo un po’ di cose, non posso anticipare nulla l’elaborazione e le analisi sono in corso e se ne sta occupando tra gli altri Giancarlo Pagliarini. Tutte le polemiche non ci fanno arretrare di un millimetro. Non ? stata una boutade: questa ? la strada giusta e andremo avanti. Coloro che pensano di spaventarci con il rumore mediatico sappiano che non ci turbano affatto?. Per Maroni, ? tempo ?di uscire dai salotti romani e andare nelle fabbriche della Padania a parlare con i nostri imprenditori. La crisi ? crescente e a parit? di costi l’Euro ha comportato un sorta di dazio del 30% o pi? per i nostri produttori?.

ATTACCO A CIAMPI? NO A PRODI – Quanto alle polemiche dopo le parole di Calderoli su Ciampi, il ministro del Welfare sostiene che ?non c?? stato nessun attacco a Ciampi, abbiamo detto tutte cose sull?euro. La responsabilit? politica maggiore ce l?hanno Prodi e il suo governo, non Ciampi che era ministro tecnico e che ha fatto il suo lavoro in buona fede. Non ci occupiamo di polemiche ma di problemi seri. Questa ? una stupidaggine montata ad arte contro di noi, nata da una dichiarazione del ministro Calderoli e fatta per nascondere i problemi veri, cio? l?Europa e l?euro?. La responsabilit? della crescita dei prezzi all’ingresso dell’euro ? stata addebitata dall’opposizione al governo Berlusconi: il controllo nel 2000-2001 non c’era stato. L’ex ministro dell’Economia, Tremonti, aveva pensato di attuare, attraverso ispettori, delle verifiche soltanto poche settimane prima di essere costretto a lasciare il dicastero, ovvero lo scorso anno. Secondo il ministro Maroni, invece, ?la responsabilit? politica ce l?ha chi ha governato allora? quando si era fatta la scelta di entrare nell’euro. ?Si ? tentato di nascondere il problema vero di un?Europa in crisi. Per questo la polemica sparir? mentre la sostanza rimarr?, perch? ? legata all?Euro?.

RISCHIO ARGENTINA – Quanto a chi prevede derive di tipo argentino (proprio la parit? peso-dollaro aveva avviato il crollo finanziario) Maroni replica: ?Mi chiedo questa gente dove vive. Dovrebbe andare in giro nelle nostre fabbriche della Padania e si accorgerebbe che c?? una situazione di crisi che si allarga. Si tratta fare come Svezia, Inghilterra, Danimarca. Questi stati hanno la loro moneta ma nessuno mette in dubbio la loro appartenenza all?Europa. E hanno un?economia florida. E? la strada che dobbiamo seguire?Tratto da “Il Corriere della Sera”

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Un ottimo metodo per usufruire del congedo di maternit

5 giugno 2005 Commenti chiusi

Coppia vicentina stupisce Roma ?Adottiamo embrioni congelati?
Erica e Pietro in piazza con don Benzi: ?Decisione meditata?
Sono scesi in piazza per appoggiare l?astensione e hanno rivelato il loro cruccio ?In Spagna abbiamo effettuato due impianti ma senza successo?

?Emanuele e Teresa non ce l?hanno fatta, ma per lo meno la loro vita ? finita mentre erano al caldo nel mio ventre, la loro mamma, e non nel freddo di un congelatore o sotto il bisturi della ricerca?. Emanuele e Teresa sono i nomi che Enrica e il marito Pietro hanno dato ai due embrioni congelati che hanno deciso di adottare: l?impianto, effettuato in Spagna, ? fallito, ma ?loro saranno comunque per sempre nostri figli?.
La coppia vicentina ieri ha partecipato alla manifestazione organizzata in piazza Santi Apostoli, a Roma, dalla Comunit? Papa Giovanni XXIII di don Benzi a sostegno dell?astensione ai prossimi referendum sulla procreazione assistita. Erica, 35 anni, educatrice, e Pietro, artigiano, non hanno dubbi: ?Presto ritenteremo, perch? dare la possibilit? di vivere a embrioni altrimenti condannati alla morte ? il nostro pi? grande desiderio?. Minuta, capelli biondi e occhi azzurri, Enrica sprizza energia e decisione: ?Non dico che sia una scelta facile, anzi. Ho avuto tantissimi dubbi, da donna e da mamma, ma alla fine ho capito che era la cosa giusta… a spingere me e mio marito ? semplicemente il desiderio di aprirci alla vita salvando delle vite altrimenti condannate a morire?.
I due coniugi vicentini hanno una bambina di 4 anni ed un altro bimbo in affido. La loro decisione ? arrivata dopo un cammino di fede e riflessione, ma la religione, afferma Enrica, ?non ? comunque la molla primaria; per decidere di salvare un bambino non bisogna n? essere cattolici n? delle persone speciali?.
Tutto ? cominciato qualche anno fa, racconta, ?alla notizia che in Gran Bretagna migliaia di embrioni congelati erano stati distrutti. Ci siamo chiesti che fine avrebbero fatto i tanti embrioni congelati in Italia; ne abbiamo parlato anche con altre coppie della Comunit? Giovanni XXIII e tutti, siamo oltre una trentina solo nel nostro gruppo, abbiamo deciso di renderci disponibili ad accogliere queste vite “congelate” adottandole. Il perch? ? semplice: abbiamo sentito l?urgenza di queste vite che ci chiamano, pur non avendo voce?.
Ma ? qui che inizia il lungo peregrinare di Enrica e Pietro: ?Ci siamo rivolti a tantissime cliniche e medici italiani, ma nel nostro Paese adottare gli embrioni congelati non ? possibile, anzi su questa materia c?? ancora grande confusione e si attende un pronunciamento del ministro della Salute. Ma non abbiamo voluto rinunciare, nella speranza che il ministro Storace ci ascolti e faccia in modo che anche nel nostro Paese sia possibile per le tante coppie che lo chiedono adottare gli embrioni congelati abbandonati?.
Enrica, allora, ha trascorso ore ed ore a fare ricerche su Internet e alla fine ha trovato quel che cercava: ?In Spagna – racconta – una clinica, l’Istituto Marquez di Barcellona, offriva 1.700 embrioni da adottare; se entro 4 anni non verranno accolti, infatti, la legge prevede che siano destinati alla ricerca. A gennaio siamo dunque partiti. Ho chiesto che tutti gli embrioni scongelati, in questo caso due, mi venissero impiantati, senza alcuna diagnosi prenatale?.
L?intervento ? avvenuto a maggio scorso: ?Purtroppo, i due embrioni non si sono annidati in utero, ma io li ho comunque sentiti dentro di me ed ? stato meraviglioso?.
Il senso di tutto ci?? ?Si parte da un?ottica diversa – spiega Enrica -. Il nostro obiettivo, cio?, non ? volere o avere un figlio a tutti i costi, bens? permettere a delle vite di svilupparsi. Questi embrioni, Emanuele e Teresa, hanno sentito il calore di una madre. Alla mia bambina dir? che ha due fratellini in cielo… loro sono e saranno parte della nostra famiglia?. Anche in Italia, insiste Enrica, ?sarebbe possibile dare dei genitori a tutti i 250 embrioni congelati e abbandonati se solo la legge lo permettesse?. Tratto da “Il Giornale di Vicenza” di domenica 6 giugno 2005

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Lo spot di Palazzo Chigi

29 maggio 2005 Commenti chiusi

Berlusconi usa l’istituzione di governo a fini privati
Conflitto d’interesse Mentre la Margherita presenta un’interrogazione parlamentare, il diessino Luigi Bersani commenta: ?Non si sa se debba intervenire l’Authority o i carabinieri a cavallo?.


BRUNO PERINI – Il Manifesto sabato 28/05/2005

Ancora una volta il Sole 24 ore di Ferruccio De Bortoli ha ?pizzicato? il presidente del consiglio con le mani nella marmellata. In realt? si tratta di un piatto ben pi? succulento della marmellata: parliamo infatti della pubblicit?, con la quale il nostro presidente del consiglio continua a spadroneggiare a botte di conflitti d’interesse. Questa volta il caso ? davvero interessante, si tratta di un vero e proprio scandalo, che in qualsiasi altro paese provocherebbe un terremoto politico. Secondo l’autorevole Nielsen la pubblicit? istituzionale di Palazzo Chigi finisce per il 96,2% sulla tv e di questo consistente investimento, (5 milioni e 300 mila euro), il 92,2% finisce sulle reti Mediaset. S?, i lettori hanno capito bene: il 92,2%. I rimasugli vanno alla Rai e alla carta stampata. Come si pu? facilmente constatare al nostro capo del governo la par condicio non piace, soprattutto quando si tratta dei suoi quattrini.

Il quotidiano confindustriale, tra l’altro, vittima come tutta la carta stampata della legge Gasparri, fa notare che questa scelta di Palazzo Chigi ? in violazione dello spirito della legge Gasparri che prevede che almeno il 50% della comunicazione istituzionale finisca a quotidiani e periodici. Dulcis in fundo , se si vanno a vedere le campagne istituzionali si scopre che il cnflitto d’interesse ? doppio, perch? in quelle comunicazioni Palazzo Chigi in realt? fa campagna elettorale.Che cosa ne pensa il presidente del consiglio di questa uso privato delle istituzioni? Fa lo gnorri. ?La sproporzione a favore di Mediaset nella pubblicit? pagata da Palazzo Chigi ? un dato che non conosco e quindi non posso commentarlo?, ha affermato Silvio Berlusconi, rispondendo alle domande dei cronisti nel corso di una conferenza stampa congiunta a Palazzo Chigi con il premier britannico Toni Blair. ?Semmai – ha precisato Berlusconi – il mio suggerimento sarebbe antitetico a questa spesa, che adesso controller? ?. ?Tuttavia – ha precisato ancora Berlusconi – evidentemente qualcuno che se ne intende pensa che sia molto pi? efficace la pubblicit? messa in certe forme nei programmi, cosa che la sinistra ha sempre combattuto, rispetto alla pubblicit? messa tra un programma e l’ altro come invece avviene sulla televisione pubblica. Il che ? assolutamente incontrovertibile?.

Durissimo il commento di Pierluigi Bersani: ?L’indagine della Nielsen richiamata oggi dal Il Sole 24 ore offre conferma scientifica a quello che anche un bambino ? in grado di sapere e di vedere. Pi? che al conflitto di interessi siamo all’interesse privato in atti di ufficio e non si capisce pi? se debba essere l’authority ad intervenire o debbono essere piuttosto i carabinieri a cavallo?. ?In ogni caso – conclude – ? tempo che qualcuno faccia qualcosa prima che l’Italia finisca nelle barzellette di qualche repubblica delle banane?.

L’esponente della Margherita, Giorgio Merlo, ha presentato un’interrogazione parlamentare. ?Chiediamo di sapere – dice Merlo – se corrisponde al vero che Palazzo Chigi abbia destinato il 96,2% dei 5 milioni e 300 mila euro spesi per campagne pubblicitarie alle televisioni, mentre solo il 2% alla stampa, e che il 92,2% viene destinato alle reti Mediaset, quelle cio? che fanno capo all’attuale presidente del Consiglio?. ?Se ci fosse confermato – aggiunge Merlo -, saremmo di fronte ad una violazione in piena regola della legge Gasparri sull’ obbligo da parte delle amministrazioni pubbliche di destinare il 50% degli investimenti in comunicazione istituzionale a quotidiani e periodici. Inoltre si riaffaccerebbe lo spettro dell’ enorme conflitto di interessi che coinvolge il premier e che, rimane tuttora, irrisolto.

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Istat, la recessione viene da lontano: l’analisi di 10 anni di stagnazione

25 maggio 2005 Commenti chiusi

Nel Rapporto Annuale 2004 si indicano nel calo della produttivit? e nella crisi dell’export i fattori principali della crisi

Neanche la discesa del tasso di disoccupazione ? del tutto positiva: risente della diminuzione delle forze di lavoro

di ROSARIA AMATO

La recessione economica attuale ha radici lontane. E’ il dato pi? rilevante che emerge dal Rapporto Istat 2004, presentato stamane a Montecitorio. “Gli ultimi anni sono stati deludenti dal punto di vista economico – spiega il coordinatore del rapporto, Giovanni Barbieri – sono anni di rallentamento. Abbiamo individuato la causa principale nella diminuzione della produttivit?. E quest’anno si va nella stessa direzione. Le caratteristiche della situazione attuale sono riconducibili a fattori di lungo periodo che operano da almeno un decennio”. “Quelle che ci appaiono difficolt? congiunturali – ha ribadito il presidente dell’Istat Luigi Biggeri – sono imputabili all’emergere di movimenti di lungo periodo, che maturano da almeno un decennio e non da oggi e che derivano da situazioni strutturali che non sono state affrontate adeguatamente. Per questo la mia sintesi si intitola non a caso ‘Dare risposte ai cambiamenti’ “.

‘Aumentano incertezze e clima di sfiducia. Risposte tanto pi? necessarie, avverte Biggeri, dal momento che “il nostro Paese attraversa una fase di perdurante stagnazione economica che fa aumentare le incertezze sul futuro e il clima di sfiducia. Complessivamente l’Italia sembra ancora non saper guardare oltre le sfere individuali e avere scarsa propensione a fare sistema”.

Crescita bassa. A chi l’anno scorso parlava gi? di ‘ripresina’, non osando parlare ancora di ripresa, l’Istat ricorda che, pur essendo stato il 2004 “un anno di crescita vigorosa” per il complesso dell’economia mondiale, l’Italia ha registrato un +1,2% di crescita del Pil che comunque rappresentava un risultato “decisamente inferiore a quello dell’insieme dei Paesi dell’area Uem”, tanto che “il permanere di un ritmo di sviluppo molto modesto caratterizza l’ultimo triennio come uno dei pi? lunghi periodi di bassa crescita della recente storia italiana”.

Le cause. L’istituto di statistica individua in due “nodi strutturali” le cause della “performance relativamente modesta dell’economia italiana nell’ultimo decennio”: la stagnazione della produttivit? del lavoro, che in media annua ? cresciuta appena dello 0,5% rispetto all’1,4% dell’Ue25, e la crescente difficolt? sui mercati esteri. Durante gli anni Novanta, la quota complessiva dell’Italia sull’export mondiale ha raggiunto infatti il massimo nel 1996 (4,7%) per poi diminuire con regolarit?, fino al 3,7% del 2004, perdendo nel periodo circa un quarto del suo valore potenziale.

L’analisi 1/ La produttivit?. Le imprese attive nell’industria e nei servizi sono 4,2 milioni e impiegano complessivamente 16,3 milioni di addetti. La dimensione media delle imprese era pari, nel 2003, ad appena 3,8 addetti, “dato che colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa”. A lungo si ? esaltata la peculiarit? italiana della presenza massiccia di piccole e medie imprese. Ma dal rapporto Istat emergono considerazioni abbastanza ovvie: le Pmi hanno difficolt? sotto il profilo delle esportazioni, e, soprattutto le microimprese, quelle sotto i dieci addetti, non fanno ricerca e sviluppo.

“Sulla particolare struttura dimensionale del nostro sistema produttivo, fortemente sbilanciata verso le imprese di minori dimensioni, si modella anche il profilo dei principali indicatori di performance – si legge nel rapporto – considerato che i livelli di redditivit? e produttivit? appaiono strettamente correlati alle dimensioni dell’impresa, con risultati generalmente migliori nelle unit? di maggiori dimensioni rispetto alle pi? piccole. Ci? fa s? che la performance complessiva del sistema produttivo italiano risenta negativamente dell’eccessiva frammentazione del tessuto imprenditoriale”.

L’analisi 2/ Le esportazioni. La modesta crescita della produttivit? del settore manufatturiero, spiega l’Istat, si ? tradotta in un relativo aumento del costo del lavoro per unit? di prodotto (pur in assenza di rilevanti spinte sulle retribuzioni). Questa dinamica, unitamente all’apprezzamento dell’euro, ha contribuito a una perdita di competitivit? delle nostre produzioni sui mercati esteri. Anche il modello di specializzazione, orientato verso produzioni tradizionali, ha influito negativamente sulla performance delle esportazioni italiane. Infatti “il complesso delle produzioni made in Italy ? caratterizzato da un livello tecnologico relativamente basso e da un’elevata intensit? di lavoro. In ragione di queste condizioni strutturali, il nostro sistema produttivo ha quindi subito uno shock da globalizzazione di natura permanente in misura maggiore rispetto a tutte le altre grandi economie avanzate, essendo tali produzioni anche pi? esposte alla concorrenza di prezzo delle economie emergenti e in via di sviluppo, che dispongono di vantaggi comparati incolmabili sul piano del costo del lavoro”.

L’analisi 3/ Innovazione e tecnologia. Spendiamo poco per ricerca e sviluppo. Nel 2002 la spesa per ricerca e sviluppo dell’Ue25 ha raggiunto l’1,9% del Pil, a fronte del 2,6% degli Usa e del 3,1% del Giappone. L’Italia, con l’1,16%, si colloca al disotto della media europea, superata anche da Slovenia (1,53%) e Repubblica Ceca (1,22%). I risultati degli scarsi investimenti si vedono poi anche sotto il profilo dei brevetti. Nel 2002 sono stati depositati nell’Unione Europea 26 brevetti di prodotti high tech per milioni di abitanti contro i 48,4% degli Stati Uniti. Tra i Paesi europei i valori pi? alti di questo indicatore si registrano in Finlandia (120 brevetti per milione di abitanti), Paesi Bassi (93) e Svezia (75). La Germania conta 45 brevetti per milione di abitanti e il Regno Unito 32. L’Italia con 7,1 brevetti per milione di abitanti ? pi? vicina alla Spagna (3,5), alla Grecia (1,4) e ai nuovi Paesi membri (Ungheria 4, Estonia 2,5).

Il mercato del lavoro. La discesa del tasso di disoccupazione, passato nel 2004 all’8% dopo l’8,4% del 2003, ? considerato un elemento positivo (uno dei pochi) nella disastrata situazione italiana. Ma anche qui, non ? tutt’oro quel che luce. Intanto l’indicatore presenta forti differenze territoriali: nel Mezzogiorno risiedono quasi sei disoccupati su 10 e il tasso di disoccupazione (15%) ? triplo rispetto a quello del resto del Paese. Le regioni con il pi? alto tasso di disoccupazione sono Sicilia, Campania e Puglia. Inoltre nel 2004 si ? registrato un aumento di 248.000 unit? delle ‘non forze di lavoro in et? lavorativa’, soprattutto tra le donne nel Mezzogiorno (+114.000 unit?). Il che significa che a far scendere il tasso di disoccupazione sono anche le persone che rinunciano a immettersi nel mercato del lavoro, e che a rinunciare sono soprattutto le donne meridionali. In generale, l’Italia mostra un’incidenza dell’inattivit? in et? lavorativa significativamente pi? elevata rispetto ai partner europei. E la mancata partecipazione delle donne ? quasi doppia rispetto a quella maschile.

I disoccupati. Sono quasi due milioni. I pi? numerosi risultano i disoccupati figli (966.000, pari al 49,3% delle persone in cerca di lavoro), ma c’? anche una corposa quota di disoccupati genitori (43,6%, pari a 856.000 persone) e di partner senza figli (7,1%). Inoltre 1.226.000 disoccupati vivono in contesti familiari critici, soprattutto nel Mezzogiorno.

La sottoccupazione. Per la prima volta l’Istat ha effettuato una stima dei ‘sottoccupati’. Vengono classificate in questo modo le persone che dichiarano di avere lavorato per un numero inferiore di ore rispetto a quelle volute. Nel 2004 i sottoccupati erano 992.000, il 4,4% degli occupati. La maggior parte di loro ha un contratto a termine o di collaborazione. I lavoratori a termine hanno anche una retribuzione inferiore, del 10,5%, rispetto a quella dei lavoratori a tempo indeterminato.

Il taglio dell’Irpef. Secondo le rilevazioni Istat, la riforma dell’Irpef (valutata nelle sue due fasi, dal 2002 al 2005) ha portato effettivamente a uno ‘sconto’. In media, tra il 2002 e il 2005, ha fatto lievitare il portafoglio delle famiglie di circa 524 euro l’anno. Ma la riduzione dell’imposta non ha interessato tutti. Circa 3,2 milioni di famiglie, su 21,3 milioni, non hanno avuto alcun beneficio. E 2,5 milioni di questi nuclei senza benefici fiscali sono concentrati tra le famiglie con il reddito pi? basso, quelle che destinano i loro guadagni ai bisogni essenziali.

Gli extracomunitari. Nel 2003 si registra un elevato incremento dei lavoratori dipendenti extracomunitari, per effetto della regolarizzazione. Dei 580.000 lavoratori censiti, il 60% ? assorbito dall’industria, in particolare dalle costruzioni. La retribuzione degli extracomunitari ? pari al 66% di quella del totale dei dipendenti: la riduzione delle retribuzioni medie, conseguente alla regolarizzazione, ha contribuito all’ampliamento del diffenziale salariale dell’ultimo triennio.

tratto da “La Repubblica”

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