Archivio

Archivio per 25 maggio 2005

Istat, la recessione viene da lontano: l’analisi di 10 anni di stagnazione

25 maggio 2005 Commenti chiusi

Nel Rapporto Annuale 2004 si indicano nel calo della produttivit? e nella crisi dell’export i fattori principali della crisi

Neanche la discesa del tasso di disoccupazione ? del tutto positiva: risente della diminuzione delle forze di lavoro

di ROSARIA AMATO

La recessione economica attuale ha radici lontane. E’ il dato pi? rilevante che emerge dal Rapporto Istat 2004, presentato stamane a Montecitorio. “Gli ultimi anni sono stati deludenti dal punto di vista economico – spiega il coordinatore del rapporto, Giovanni Barbieri – sono anni di rallentamento. Abbiamo individuato la causa principale nella diminuzione della produttivit?. E quest’anno si va nella stessa direzione. Le caratteristiche della situazione attuale sono riconducibili a fattori di lungo periodo che operano da almeno un decennio”. “Quelle che ci appaiono difficolt? congiunturali – ha ribadito il presidente dell’Istat Luigi Biggeri – sono imputabili all’emergere di movimenti di lungo periodo, che maturano da almeno un decennio e non da oggi e che derivano da situazioni strutturali che non sono state affrontate adeguatamente. Per questo la mia sintesi si intitola non a caso ‘Dare risposte ai cambiamenti’ “.

‘Aumentano incertezze e clima di sfiducia. Risposte tanto pi? necessarie, avverte Biggeri, dal momento che “il nostro Paese attraversa una fase di perdurante stagnazione economica che fa aumentare le incertezze sul futuro e il clima di sfiducia. Complessivamente l’Italia sembra ancora non saper guardare oltre le sfere individuali e avere scarsa propensione a fare sistema”.

Crescita bassa. A chi l’anno scorso parlava gi? di ‘ripresina’, non osando parlare ancora di ripresa, l’Istat ricorda che, pur essendo stato il 2004 “un anno di crescita vigorosa” per il complesso dell’economia mondiale, l’Italia ha registrato un +1,2% di crescita del Pil che comunque rappresentava un risultato “decisamente inferiore a quello dell’insieme dei Paesi dell’area Uem”, tanto che “il permanere di un ritmo di sviluppo molto modesto caratterizza l’ultimo triennio come uno dei pi? lunghi periodi di bassa crescita della recente storia italiana”.

Le cause. L’istituto di statistica individua in due “nodi strutturali” le cause della “performance relativamente modesta dell’economia italiana nell’ultimo decennio”: la stagnazione della produttivit? del lavoro, che in media annua ? cresciuta appena dello 0,5% rispetto all’1,4% dell’Ue25, e la crescente difficolt? sui mercati esteri. Durante gli anni Novanta, la quota complessiva dell’Italia sull’export mondiale ha raggiunto infatti il massimo nel 1996 (4,7%) per poi diminuire con regolarit?, fino al 3,7% del 2004, perdendo nel periodo circa un quarto del suo valore potenziale.

L’analisi 1/ La produttivit?. Le imprese attive nell’industria e nei servizi sono 4,2 milioni e impiegano complessivamente 16,3 milioni di addetti. La dimensione media delle imprese era pari, nel 2003, ad appena 3,8 addetti, “dato che colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa”. A lungo si ? esaltata la peculiarit? italiana della presenza massiccia di piccole e medie imprese. Ma dal rapporto Istat emergono considerazioni abbastanza ovvie: le Pmi hanno difficolt? sotto il profilo delle esportazioni, e, soprattutto le microimprese, quelle sotto i dieci addetti, non fanno ricerca e sviluppo.

“Sulla particolare struttura dimensionale del nostro sistema produttivo, fortemente sbilanciata verso le imprese di minori dimensioni, si modella anche il profilo dei principali indicatori di performance – si legge nel rapporto – considerato che i livelli di redditivit? e produttivit? appaiono strettamente correlati alle dimensioni dell’impresa, con risultati generalmente migliori nelle unit? di maggiori dimensioni rispetto alle pi? piccole. Ci? fa s? che la performance complessiva del sistema produttivo italiano risenta negativamente dell’eccessiva frammentazione del tessuto imprenditoriale”.

L’analisi 2/ Le esportazioni. La modesta crescita della produttivit? del settore manufatturiero, spiega l’Istat, si ? tradotta in un relativo aumento del costo del lavoro per unit? di prodotto (pur in assenza di rilevanti spinte sulle retribuzioni). Questa dinamica, unitamente all’apprezzamento dell’euro, ha contribuito a una perdita di competitivit? delle nostre produzioni sui mercati esteri. Anche il modello di specializzazione, orientato verso produzioni tradizionali, ha influito negativamente sulla performance delle esportazioni italiane. Infatti “il complesso delle produzioni made in Italy ? caratterizzato da un livello tecnologico relativamente basso e da un’elevata intensit? di lavoro. In ragione di queste condizioni strutturali, il nostro sistema produttivo ha quindi subito uno shock da globalizzazione di natura permanente in misura maggiore rispetto a tutte le altre grandi economie avanzate, essendo tali produzioni anche pi? esposte alla concorrenza di prezzo delle economie emergenti e in via di sviluppo, che dispongono di vantaggi comparati incolmabili sul piano del costo del lavoro”.

L’analisi 3/ Innovazione e tecnologia. Spendiamo poco per ricerca e sviluppo. Nel 2002 la spesa per ricerca e sviluppo dell’Ue25 ha raggiunto l’1,9% del Pil, a fronte del 2,6% degli Usa e del 3,1% del Giappone. L’Italia, con l’1,16%, si colloca al disotto della media europea, superata anche da Slovenia (1,53%) e Repubblica Ceca (1,22%). I risultati degli scarsi investimenti si vedono poi anche sotto il profilo dei brevetti. Nel 2002 sono stati depositati nell’Unione Europea 26 brevetti di prodotti high tech per milioni di abitanti contro i 48,4% degli Stati Uniti. Tra i Paesi europei i valori pi? alti di questo indicatore si registrano in Finlandia (120 brevetti per milione di abitanti), Paesi Bassi (93) e Svezia (75). La Germania conta 45 brevetti per milione di abitanti e il Regno Unito 32. L’Italia con 7,1 brevetti per milione di abitanti ? pi? vicina alla Spagna (3,5), alla Grecia (1,4) e ai nuovi Paesi membri (Ungheria 4, Estonia 2,5).

Il mercato del lavoro. La discesa del tasso di disoccupazione, passato nel 2004 all’8% dopo l’8,4% del 2003, ? considerato un elemento positivo (uno dei pochi) nella disastrata situazione italiana. Ma anche qui, non ? tutt’oro quel che luce. Intanto l’indicatore presenta forti differenze territoriali: nel Mezzogiorno risiedono quasi sei disoccupati su 10 e il tasso di disoccupazione (15%) ? triplo rispetto a quello del resto del Paese. Le regioni con il pi? alto tasso di disoccupazione sono Sicilia, Campania e Puglia. Inoltre nel 2004 si ? registrato un aumento di 248.000 unit? delle ‘non forze di lavoro in et? lavorativa’, soprattutto tra le donne nel Mezzogiorno (+114.000 unit?). Il che significa che a far scendere il tasso di disoccupazione sono anche le persone che rinunciano a immettersi nel mercato del lavoro, e che a rinunciare sono soprattutto le donne meridionali. In generale, l’Italia mostra un’incidenza dell’inattivit? in et? lavorativa significativamente pi? elevata rispetto ai partner europei. E la mancata partecipazione delle donne ? quasi doppia rispetto a quella maschile.

I disoccupati. Sono quasi due milioni. I pi? numerosi risultano i disoccupati figli (966.000, pari al 49,3% delle persone in cerca di lavoro), ma c’? anche una corposa quota di disoccupati genitori (43,6%, pari a 856.000 persone) e di partner senza figli (7,1%). Inoltre 1.226.000 disoccupati vivono in contesti familiari critici, soprattutto nel Mezzogiorno.

La sottoccupazione. Per la prima volta l’Istat ha effettuato una stima dei ‘sottoccupati’. Vengono classificate in questo modo le persone che dichiarano di avere lavorato per un numero inferiore di ore rispetto a quelle volute. Nel 2004 i sottoccupati erano 992.000, il 4,4% degli occupati. La maggior parte di loro ha un contratto a termine o di collaborazione. I lavoratori a termine hanno anche una retribuzione inferiore, del 10,5%, rispetto a quella dei lavoratori a tempo indeterminato.

Il taglio dell’Irpef. Secondo le rilevazioni Istat, la riforma dell’Irpef (valutata nelle sue due fasi, dal 2002 al 2005) ha portato effettivamente a uno ‘sconto’. In media, tra il 2002 e il 2005, ha fatto lievitare il portafoglio delle famiglie di circa 524 euro l’anno. Ma la riduzione dell’imposta non ha interessato tutti. Circa 3,2 milioni di famiglie, su 21,3 milioni, non hanno avuto alcun beneficio. E 2,5 milioni di questi nuclei senza benefici fiscali sono concentrati tra le famiglie con il reddito pi? basso, quelle che destinano i loro guadagni ai bisogni essenziali.

Gli extracomunitari. Nel 2003 si registra un elevato incremento dei lavoratori dipendenti extracomunitari, per effetto della regolarizzazione. Dei 580.000 lavoratori censiti, il 60% ? assorbito dall’industria, in particolare dalle costruzioni. La retribuzione degli extracomunitari ? pari al 66% di quella del totale dei dipendenti: la riduzione delle retribuzioni medie, conseguente alla regolarizzazione, ha contribuito all’ampliamento del diffenziale salariale dell’ultimo triennio.

tratto da “La Repubblica”

VN:F [1.9.11_1134]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)
Categorie:Press Tag:

Robin Hood alla meno 1

25 maggio 2005 Commenti chiusi

La riduzione dell’imposta ha portato due miliardi e mezzo di euro alle famiglie pi? ricche e solo 143 milioni alle pi? povere
Istat: calo Irpef vale 524 euro
nulla a 3,2 milioni di famiglie

Lo sconto Irpef c’? stato. E in media, tra il 2002 e il 2005, ha fatto lievitare il portafoglio delle famiglie di circa 524 euro l’anno. Ma la riduzione dell’imposta non ha baciato tutti. Circa 3,2 milioni di famiglie, su 21,3 milioni, non hanno avuto alcun beneficio. E 2,5 milioni di questi nuclei senza benefici fiscali sono concentrati tra le famiglie con il reddito pi? basso, quelle che destinano i loro guadagni ai bisogni essenziali.

A fare i conti in tasca agli italiani, per verificare gli effetti concreti del primo e del secondo modulo di calo dell’Irpef realizzato tra il 2003 e il 2005, ? l’Istat che nel rapporto annuale ha applicato le macro cifre delle manovre alla realt? concreta delle famiglie. Un calcolo che – ? scritto nella premessa – non considera la restituzione del fiscal drag prevista dalla normativa a partire dal 1989 ma disapplicata dal 2001: come dire, non conta le maggiori tasse che di fatto si pagano per la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione.

La manovra complessiva di riduzione fiscale tra il 2002 e il 2005 – secondo l’istituto di statistica – ? stata pari a 11.196 milioni di euro. L’importo ? quasi equamente distribuito tra primo e secondo modulo: 5.276 milioni con la prima riduzione, 5.920 milioni con la seconda tranche. Ma 5.378 milioni della manovra complessiva, cio? circa la met? delle risorse messe in campo, ? andata a beneficio del 30% delle famiglie “pi? benestanti”. Mentre, scrive l’Istat, “il 70% delle famiglie si divide il resto”. Le risorse messe in campo per il 10% delle famiglie pi? povere sono state pari a 143 milioni, mentre il 10% di quelle pi? ricche ha ottenuto 2.539 milioni. I valori parlano da soli, anche se bisogna considerare che tra le famiglie pi? povere ci sono i cosiddetti incapienti, cio? le persone che percepiscono un reddito talmente basso da essere esenti dal pagamento di imposte.

La media statistica parla di uno sconto di 524 euro a famiglia. Ma comprende anche i 3,2 milioni di famiglie che non guadagnano una lira e le 30 mila che perdono in media 211 euro. Di fatto lo sconto non ? uguale per tutte le fasce di reddito, e meno avvantaggiate sembrano i 2,1 milioni di famiglie pi? povere. Per loro lo sconto annuo dal 2002 ? pari a 67 euro, circa lo 0,75% del reddito. Lo sconto sale insieme con il reddito (anche se percentualmente si assesta attorno all’1,5-2,1%), ? di oltre i 1.000 euro dopo aver superato il 40% delle famiglie con il reddito pi? basso, e raggiunge i 1.188 euro (circa il 2% del loro reddito) per i 2,1 milioni di famiglie che appartengono alla fascia pi? ricca.
Quest’ultime assorbono da sole il 22,7% delle risorse messe in campo (2,5 miliardi).

L’indagine Istat ha scandagliano i benefici anche per tipologie di reddito. Cos? si scopre che, nel complesso, il beneficio pi? basso spetta alle famiglie con un solo reddito da pensione (+218 euro di reddito disponibile) o quelle composte da una sola persona (single o anziani soli), che risparmiano 252 euro. I lavoratori autonomi sono invece quelli che hanno avuto i maggiori risparmi, circa 812 euro. Ma bene ? andata anche alle famiglie con pi? di tre figli (circa 687 euro di risparmio fiscale).

In media una famiglia del Sud, con l’abbattimento dell’Irpef, ha visto lievitare il proprio reddito annuo di 388 euro, contro i 620 euro di una famiglia media del Nord-Ovest e i 605 del Nord-Est. I nuclei delle Regioni del Centro, invece, hanno avuto uno sconto leggermente superiore alla media nazionale: 546 euro. A fare la differenza ? ovviamente il maggior reddito guadagnato al Nord rispetto al Sud.

E’ soprattutto l’effetto del secondo modulo della riduzione Irpef, quello entrato in vigore quest’anno, quello che ha portato i benefici ai redditi pi? alti. Il 30% delle famiglie con redditi migliori ha avuto i due terzi delle risorse della manovra, circa 3,8 miliardi. E questo vale a prescindere dalle categorie reddituali: “All’interno delle categorie – scrive l’Istat – l’aumento della diseguaglianza ? generalizzato, con l’unica eccezione delle famiglie con un percettore di reddito operaio”. In ogni caso, lo sconto medio che ogni famiglia ricever? quest’anno ? di 277 euro, dai 14 euro del 10% pi? povere ai 1.057 del 10% delle pi? ricche. Le famiglie monoreddito con reddito da pensione e quelle con una sola persona mostrano i guadagni pi? ridotti, 79 e 88 euro, mentre i nuclei con un lavoratore indipendente risparmiano 628 euro.

Tratto da “La Repubblica”

VN:F [1.9.11_1134]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)
Categorie:Press Tag:

Olivetti, Ivrea: c’era una volta il futuro. E il lavoro

25 maggio 2005 Commenti chiusi

Viaggio a Scarmagno, simbolo del suicidio industriale italiano

Informatica addio Del sogno del vecchio Adriano e dei 60 mila dipendenti resta ben poco: mille lavoratori, di cui la met? in cassa integrazione e qualche computer montato per conto terzi. E’ la storia della trasformazione del ?capitalista funzionante? in finanziere e rentier. E del deserto del Canavese che ha rappresentato a lungo un’alternativa alla cultura industriale della Fiat

PAOLO CIOFI

Pioviggina sul piazzale dello stabilimento di Scarmagno, un tempo fiore all’occhiello della Olivetti e luogo di culto dell’informatica italiana, quando il gruppo guidato da De Benedetti produceva il famoso computer M 24 e contendeva alla Ibm il primato sul mercato mondiale. L’impressione che provai allora fu forte. L’alto livello di automazione, la produzione organizzata a isole, i lavoratori in camice bianco che operavano con la precisione dei chirurghi: tutto l’ambiente aveva qualcosa di avveniristico che ti prendeva, e ti sentivi come proiettato nel futuro. Adesso si avverte un senso di spaesamento, e intorno un’atmosfera di declino se non proprio di abbandono. Sono passati 21 anni e questo ? il futuro, oggi.

Schemi, modelli, persone

Il mio viaggio nel lavoro comincia da qui: dal nordovest industriale, scosso dalla crisi del suo modello che per oltre un secolo ha trainato il paese, e di cui la Fiat ? l’esempio pi? noto e pi? emblematico ma certamente non unico. A dir la verit?, i modelli e gli schemi m’interessano poco. L’intento ? di lanciare una sonda dentro il paese reale, in quella parte della societ? profonda solitamente oscurata, spesso senza voce e senza rappresentanza, per cercare di portarne alla luce la condizione materiale, i pensieri e le parole, le aspirazioni e il disincanto. Insomma, per porre un problema.

Il mondo del lavoro, quest’enorme arcipelago sociale ignorato e talora vilipeso da una cultura d’impresa arrogante, nella realt? costituito da donne e uomini che continuano a portare sulle loro spalle l’Italia, si manifesta in una luce particolarmente cruda qui a Scarmagno. Ma, a ben vedere, Scarmagno non ? altro che una metafora del capitalismo italiano all’epoca della globalizzazione.Con Federico Bellono, segretario della Fiom di Ivrea, e Lino Malerba, della Rsu Cms, m’inoltro nello stabilimento, ora frazionato e diviso tra le diverse societ? dello ?spezzatino? ex Olivetti. Lo spettacolo ? desolante. Gli uffici chiusi, le linee ferme, i locali della produzione computer irrimediabilmente vuoti: ? il deserto dell’informatica italiana. Se gi? nel 1964, dando prova di una preveggente miopia, il presidente della Fiat Valletta parlava dell’informatica come di un ?neo da estirpare?, ora si pu? ben dire che la missione ? stata compiuta, sebbene i mandanti e gli esecutori del crimine siano diversi.

La prima cosa che mi colpisce come un pugno allo stomaco, guardandomi intorno e discutendo con i lavoratori e tecnici che sono venuti a incontrarmi, ? la svalorizzazione del lavoro, l’enorme dissipazione di abilit? manuali, di competenze tecniche, di un ricco patrimonio culturale, che facevano della Olivetti un punto di eccellenza assoluto, riconosciuto nel mondo. Alla Olivetti sono nati i mainframes Elea e poi la ?perottina?, the first desk top computer of the world come dissero gli americani, e c’? chi ricorda l’operaio Natale Cappellaro, diventato ingegnere honoris causa per aver inventato la Divisumma.

Chi si assume la responsabilit? per questo sperpero dissennato di ricchezza reale, di un patrimonio dell’intera societ?? Il paradosso ? che mentre il paese avrebbe bisogno di un salto di qualit?, qui ci sono ancora capacit?, competenze, intelligenze che vengono disattivate ed espulse dalla logica inesorabile del capitale finanziario e da precise scelte ?imprenditoriali?. E non parliamo, per favore, di ?capitale umano?: qui ci sono donne e uomini vivi, vulnerati nei loro diritti e nella loro dignit?, senza retribuzione e senza lavoro per responsabilit? del capitale che ha sprezzato le loro qualit? e capacit? professionali alla ricerca del business facile.

Quando la Olivetti occupava 60 mila dipendenti nel mondo, Scarmagno ne aveva 6 mila. Ora ne restano circa mille, di cui 500 in cassa integrazione a zero ore del ramo derivante da Olivetti Personal Computer, e altri 500 del ramo derivante da Olivetti Tecnost, che perlopi? si arrabattano nei sevizi Telecom 187 e nella riparazione dei telefonini. Come si vive in cassa integrazione con 800 euro? Chiara della Oliit, 40 anni, si occupava di marketing. Sposata con due figli e il marito che lavora nel settore della meccanica di precisione, anch’esso in difficolt?, ha tagliato su tutto: ?Si spende solo per il mangiare e per il mutuo della casa, solo per la pura sopravvivenza?. E la prospettiva ? la disoccupazione senza ritorno, in un’area colpita anche dalla crisi dell’indotto Fiat: ?Ho un’et? che mi condiziona. Il mercato del lavoro non mi vuole pi??.

Tra gli operai della Cell-Tell, che riparano cellulari e sono inquadrati con il contratto originario dei metalmeccanici, prevale la frustrazione e l’insicurezza. ?Avevamo professionalit? e un contratto nazionale, e adesso ci hanno sbalzato qua dentro, in una condizione di sostanziale dequalificazione e precariet?, perch? ci? che conta, secondo il credo dei nuovi proprietari, non ? il contratto ma il mercato, cio? la richiesta del cliente. Del resto, i giovani inseriti in azienda tramite il `tirocinio formativo’ ricevono 400 euro, fanno il nostro stesso lavoro e sono non garantiti per legge. Noi ormai lo siamo di fatto?. L’opinione di Raffaele e Claudio, rappresentanti Fiom, ? netta. Come pure quella di Maria, dell’Innovis, esperta operaia che viene dalla Singer, e che al termine di un travagliato percorso professionale adesso ? ?stata venduta?, come lei dice, a un’altra azienda Telecom. Lavoratori come merce senza qualit?, come effetto collaterale del mercato, puri e semplici ?esuberi? sbattuti qua e l? secondo gli interessi dell’azionista di maggioranza e del manager che comanda e si arricchisce. La Telecom, che inizialmente aveva offerto 12.000 euro per ogni causa di lavoro, dopo la prima sentenza a suo favore – spiega Sergio D’Orsi- adesso ne offre 5.000, cio? un’elemosina.

Capitalismo mutante

Il disfacimento dell’informatica italiana come possibile asse di un nuovo sviluppo ? l’effetto di una scelta consapevole rivelatasi strategicamente perdente; e della trasformazione del ?capitalista funzionante? in finanziere e in rentier, che privilegiando la rendita e il corso di Borsa non innova e non investe nella produzione. Di cosa parliamo, se non di un vero e proprio fallimento di un ceto capitalistico dirigente, posto di fronte alle sfide del XXI secolo? Non hanno capito, allo stesso modo dei partiti di governo, il ruolo che l’informatica avrebbe svolto nell’economia, nella cultura, in tutta l’organizzazione della societ?.

Un altro dato di fatto, che a Scarmagno emerge con solare evidenza: mancata innovazione e assenza di una strategia industriale, come nel caso Fiat. Quando De Benedetti, alla met? degli anni Novanta, decise che l’informatica non era strategica e trasloc? nella telefonia mobile, il destino della Olivetti era segnato. Subentrato Colaninno, la societ? fu trasformata in un contenitore finanziario, adatto alle magie della Borsa. E’ arrivato infine Tronchetti Provera che per accorciare la catena di controllo su Telecom ha semplicemente cancellato il marchio Olivetti dal registro delle societ? quotate. Per poi resuscitarlo con una dichiarazione di grande rilancio nell’high-tech, seguito dall’annuncio della delocalizzazione in Cina di una parte delle produzioni Tecnost.

Nel frattempo, sul versante dei personal computer abbiamo assistito a una serie infinita di passaggi di mano, di vendite e di acquisti, di scorpori e dimagrimenti. Alla creazione di innumerevoli sigle e scatole vuote, con l’intervento di avvocati e di manager presunti, di affaristi e di faccendieri veri che hanno fatto e disfatto fino all’esito attuale: la Oliit in stato di fallimento e la Cms (che ha una capacit? produttiva di 1000 computer al giorno) ferma in amministrazione straordinaria.

Taiwan nel Canavese

Questa storia, nel racconto di Lino Malerba e di Sergio D’Orsi, sembra un financial thriller americano piuttosto che una vicenda reale, e bisognerebbe avere il tempo di raccontarla tutta per filo e per segno. C’? anche questo paradosso poco noto: che mentre dal Canavese si trasloca in Oriente alla caccia di manodopera a basso costo, la taiwanese Acer viene dall’Oriente a Scarmagno per produrre computer. Nel 2003 la Cms ne ha fabbricati 180.000 della linea Aspire, e avrebbe potuto continuare se i suoi presunti manager fossero stati in grado di garantire ci? che serve alla produzione. La presenza dell’Acer a Scarmagno dimostra comunque che il costo del lavoro non ? il problema, e che qui la qualit? del lavoro ? tale da far gola a uno dei primi produttori mondiali. Non ? proprio possibile rimettere in moto l’azienda, cercando e mobilitando risorse anche con l’intervento coordinato della regione e del governo? Ci vorrebbe una presenza della politica ma la politica ? sorda e distante. E poi, l’informatica ? una rogna: meglio dedicarsi, come dice qualcuno, alla costruzione dei campi da golf.

Tratto da “Il Manifesto” di marted? 24 maggio 2005

VN:F [1.9.11_1134]
Rating: 0.0/5 (0 votes cast)
Categorie:Press Tag: