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Archivio per maggio 2005

Lo spot di Palazzo Chigi

29 maggio 2005 Commenti chiusi

Berlusconi usa l’istituzione di governo a fini privati
Conflitto d’interesse Mentre la Margherita presenta un’interrogazione parlamentare, il diessino Luigi Bersani commenta: ?Non si sa se debba intervenire l’Authority o i carabinieri a cavallo?.


BRUNO PERINI – Il Manifesto sabato 28/05/2005

Ancora una volta il Sole 24 ore di Ferruccio De Bortoli ha ?pizzicato? il presidente del consiglio con le mani nella marmellata. In realt? si tratta di un piatto ben pi? succulento della marmellata: parliamo infatti della pubblicit?, con la quale il nostro presidente del consiglio continua a spadroneggiare a botte di conflitti d’interesse. Questa volta il caso ? davvero interessante, si tratta di un vero e proprio scandalo, che in qualsiasi altro paese provocherebbe un terremoto politico. Secondo l’autorevole Nielsen la pubblicit? istituzionale di Palazzo Chigi finisce per il 96,2% sulla tv e di questo consistente investimento, (5 milioni e 300 mila euro), il 92,2% finisce sulle reti Mediaset. S?, i lettori hanno capito bene: il 92,2%. I rimasugli vanno alla Rai e alla carta stampata. Come si pu? facilmente constatare al nostro capo del governo la par condicio non piace, soprattutto quando si tratta dei suoi quattrini.

Il quotidiano confindustriale, tra l’altro, vittima come tutta la carta stampata della legge Gasparri, fa notare che questa scelta di Palazzo Chigi ? in violazione dello spirito della legge Gasparri che prevede che almeno il 50% della comunicazione istituzionale finisca a quotidiani e periodici. Dulcis in fundo , se si vanno a vedere le campagne istituzionali si scopre che il cnflitto d’interesse ? doppio, perch? in quelle comunicazioni Palazzo Chigi in realt? fa campagna elettorale.Che cosa ne pensa il presidente del consiglio di questa uso privato delle istituzioni? Fa lo gnorri. ?La sproporzione a favore di Mediaset nella pubblicit? pagata da Palazzo Chigi ? un dato che non conosco e quindi non posso commentarlo?, ha affermato Silvio Berlusconi, rispondendo alle domande dei cronisti nel corso di una conferenza stampa congiunta a Palazzo Chigi con il premier britannico Toni Blair. ?Semmai – ha precisato Berlusconi – il mio suggerimento sarebbe antitetico a questa spesa, che adesso controller? ?. ?Tuttavia – ha precisato ancora Berlusconi – evidentemente qualcuno che se ne intende pensa che sia molto pi? efficace la pubblicit? messa in certe forme nei programmi, cosa che la sinistra ha sempre combattuto, rispetto alla pubblicit? messa tra un programma e l’ altro come invece avviene sulla televisione pubblica. Il che ? assolutamente incontrovertibile?.

Durissimo il commento di Pierluigi Bersani: ?L’indagine della Nielsen richiamata oggi dal Il Sole 24 ore offre conferma scientifica a quello che anche un bambino ? in grado di sapere e di vedere. Pi? che al conflitto di interessi siamo all’interesse privato in atti di ufficio e non si capisce pi? se debba essere l’authority ad intervenire o debbono essere piuttosto i carabinieri a cavallo?. ?In ogni caso – conclude – ? tempo che qualcuno faccia qualcosa prima che l’Italia finisca nelle barzellette di qualche repubblica delle banane?.

L’esponente della Margherita, Giorgio Merlo, ha presentato un’interrogazione parlamentare. ?Chiediamo di sapere – dice Merlo – se corrisponde al vero che Palazzo Chigi abbia destinato il 96,2% dei 5 milioni e 300 mila euro spesi per campagne pubblicitarie alle televisioni, mentre solo il 2% alla stampa, e che il 92,2% viene destinato alle reti Mediaset, quelle cio? che fanno capo all’attuale presidente del Consiglio?. ?Se ci fosse confermato – aggiunge Merlo -, saremmo di fronte ad una violazione in piena regola della legge Gasparri sull’ obbligo da parte delle amministrazioni pubbliche di destinare il 50% degli investimenti in comunicazione istituzionale a quotidiani e periodici. Inoltre si riaffaccerebbe lo spettro dell’ enorme conflitto di interessi che coinvolge il premier e che, rimane tuttora, irrisolto.

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Brevetti Software: replica alla posizione di Confindustria

29 maggio 2005 Commenti chiusi
Il LUGRoma intende confutare punto per punto le argomentazioni di Confindustria in seguito a un articolo apparso due giorni fa su Punto Informatico “Brevetti software, Confindustria dice s?”

Replica all’articolo: tratto da “Punto informatico”

le parti in giallo sono il testo originario della posizione di Confindustria.

Roma, 28 maggio 2005

  1. In Italia la produzione industriale ristagna da quattro anni. In
nessun altro paese europeo, eccetto il Regno Unito, si ? registrata
una cos? accentuata e prolungata contrazione (-2,6%).
  Il ristagno della produzione industriale ? continuato anche nei
primi mesi del 2005.
Conseguentemente anche il PIL italiano ? cresciuto meno
(1,2%: uno dei tassi pi? bassi dell'UE).
  Le esportazioni italiane di beni e servizi a prezzi contanti
mostrano, inoltre, forti segni di debolezza: la quota di
mercato delle esportazioni italiane si ? ridotta di un punto
percentuale a partire dal 1996.
  Questo trend negativo - anche attribuibile all'entrata di nuovi
competitor sui mercati globali, soprattutto i paesi emergenti -
riguarda  in particolare, ma non esclusivamente, i settori
tradizionali del made in Italy, come tessile-abbigliamento e cuoio,
pelli e calzature. Sulla riduzione delle quote di mercato delle
imprese italiane ha inciso la liberalizzazione
del commercio internazionale e la concorrenza di alcuni paesi
emergenti come la Cina, i cui principali settori di esportazione
sono quelli in cui l'economia italiana ? specializzata.
Tale apertura internazionale ? avvenuta in maniera repentina
e talora senza rispettare le regole del commercio internazionale.

Fin qui si tratta della solita premessa retorica: ossia una lista di cose vere (e risapute da tutti) finalizzata esclusivamente alla giustificazione enfatica ed emotiva di quanto viene poi asserito. E’ una tecnica persuasiva nota da tempo, gi? insegnata e praticata dai latini, che suppone un certa ingenuit? del lettore, che sembra in questo contesto quanto mai fuori luogo.

Volendo comunque entrare nel merito, ricordiamo che l’Italia non esporta software, ma lo importa soltanto, quindi questo paragrafo ? assolutamente fuori contesto.

L’ Italia e l’Europa importano software da USA e Giappone e non da paesi emergenti quali la Cina, che proprio per essere pi? competitiva non accetta i brevetti sul software.

Le argomentazioni riguardanti i paesi emergenti in questo contesto sembrano decisamente fuori luogo e strumentali, un uso “ad effetto” di un argomento d’attualit?, che ? sotto l’attenzione dell’opinione pubblica.

  2. Diverse sono le soluzioni prospettate per favorire la ripresa
dell'economia italiana. Esse si concentrano tuttavia su un
unico punto: incentivare l'innovazione di prodotto, processo e
servizio, stimolando gli investimenti in R&S.
  ? infatti convinzione diffusa che soltanto attraverso le
produzioni di qualit?, sia nei settori maturi, che in quelli
a tecnologia avanzata, l'economia italiana possa
recuperare il gap rispetto ad altri paesi. Non ? infatti
pi? proponibile l'idea di competere sul prezzo di prodotti/servizi
che paesi, come ad esempio quelli emergenti, possono offrire
a costi molto contenuti.

Continuano la retorica: considerazioni sulle quali tutti noi possiamo dirci daccordo, almeno in linea generale.

Volendo, ancora una volta, entrare nel merito ricordiamo che il principale gap rispetto agli altri paesi ? la continua “fuga di cervelli all’estero”, a causa della bassa attenzione verso la R&S: come vedremo nei prossimi paragrafi i brevetti sul software non incentivano R&S ma al contrario la indeboliscono.

  Per spingere le imprese ad investire in R&S occorre per?
creare incentivi.

idem

  L incentivo principale ? in questi casi costituito dalla possibilit?,
non solo di recuperare l'investimento iniziale, ma di realizzare profitti.

Realizzare profitti ? un sacrosanto dovere delle aziende. E’ tuttavia discutibile che questo debba avvenire proprio con i brevetti sul software da parte di una azienda che produce un bene immateriale come un programma per elaboratore.

Confindustria non dice perch? il brevetto dovrebbe essere indispensabile proprio sul software e per quale motivo il copyright, che gi? tutela il software, non dovrebbe essere sufficiente. Non ci risulta poi che le aziende di software non facciano profitti gi? ora. Ci? di cui le aziende ICT hanno bisogno ? un alto grado di professionalit? del personale, che ? la vera spina dorsale e fonte di vera innovazione da parte di chi produce software. Il brevetti invece vanno in un’altra direzione: l’azienda dovrebbe “adagiarsi” sull’ idea di avere un brevetto “comodo”, senza necessariamente essere incentivata a investire in formazione del personale (cio? i programmatori e i tecnici). Al contrario gli investimenti verrebbero dirottati da “R&S” oppure da “formazione” verso costosi (e improduttivi) “uffici legali” e costi burocratici dovuti alla concessione di brevetti. Pensiamo che questo sia davvero l’ultima cosa di cui una PMI abbia bisogno.

Insistiamo molto sulla formazione perch? questo, come abbiamo gi? detto, ? particolarmente strategico per una azienda moderna che vuole fare innovazione nel campo dell’ ICT: spesso ? l’unica forma di vera innovazione.

Confindustria sembra infatti dimenticare completamente che il software non ? un bene strettamente industriale in senso classico: esso non necessita di enormi investimenti (ad esempio in macchinari) ma sostanzialmente rimane un prodotto correlato al fattore umano. Tanto ? vero che il “valore” di un software viene misurato in “tempo uomo” ossia quanto lavoro di una persona viene impiegato per realizzare il prodotto, pi? una serie di costi aggiuntivi in genere poco rilevanti (stiamo escludendo qui i costi di marketing e pubblicit?). Mentre il costo di un programma di videoscrittura pu? essere con buona approssimazione valutato in “anni-uomo”, il costo di un’autovettura non pu? essere valutato in “anni-uomo” perch? i fattori di costi per macchinari, catene di montaggio, magazzini etc… hanno una incidenza consistente sul prodotto finale.

  Ci? che ? possibile soltanto riconoscendo alle imprese il diritto
di sfruttare in via esclusiva, per un determinato periodo di tempo,
il frutto della propria attivit? innovativa.

Questa considerazione ? vera per quelle tipologie di beni che necessitano di enormi investimenti infrastrutturali. Ma il software non ? fra questi.

Cerchiamo prima di capire quale ? lo spirito del brevetto (e il motivo per cui ? stato introdotto fra l’ 800 e il ‘900):

Un tempo gli inventori portavano con se nella tomba i segreti delle proprie invenzioni: questo perch? non essendoci i brevetti tendevano a non rivelare i segreti delle loro invenzioni, per timore di essere “copiati”: la conseguenza era che in questo modo c’era una perdita di conoscenza e la societ? ne subiva un danno. I brevetti furono introdotti per garantire che gli inventori non tenessero segrete queste informazioni, ma rivelandone i dettagli, venivano tutelati i loro interessi per un periodo limitato (ricordiamo che i brevetti sono una “concessione”).

Allo stesso tempo anche la societ? ne aveva un vantaggio perch? la conoscienza non andava perduta e dopo un certo periodo, quando il brevetto scadeva, diventava liberamente fruibile per tutta la societ?.

In questo senso il brevetto ? stato un strumento molto importante e positivo: un giusto compromesso fra interessi dell’inventore e interessi generali della societ?.

Confindustra dovrebbe spiegare in che modo il brevetto sul software si innesta in questa argomentazione, che ? il vero sensato spirito del brevetto. Evidentemente non lo fa perch? non sa argomentare in tal senso.

La verit? ? che il brevetto ? sensato solo quanto c’? una invenzione che tocca un bene tangibile con un alto grado di investimento economico in infrastrutture materiali e non uno immateriale come il software la cui qualit? si basa quasi esclusivamente sulla professionalit? e competenza dei suoi autori (progettisti, programmatori, tecnici, analisiti, verificatori…)

  I diritti di propriet? intellettuale e, in maniera particolare,
i brevetti servono  proprio a questo scopo e costituiscono un
importante strumento di sviluppo e di crescita per le imprese,
soprattutto le PMI, che, per mezzo di essi, possono
ottenere un consolidamento dei propri vantaggi di business
(quando questi siano basati su qualit? e fatti tecnici) non
altrimenti conseguibile.

La propriet? intellettuale ? un concetto cos? vago che non esiste: esiste il brevetto, il copyright, il marchio registrato e i nomi registrati. La somma di tutte queste cose viene normalmente chiamata “Propriet? Intellettuale (PI)”, ma le ci sono differenti strumenti per tutelare la PI.

I brevetti sul software non servono allo scopo che dice Confindustria: spesso vengono applicati ai contesti pi? assurdi e banali per fare “guerra di territorio”, ottenere posizioni di vantaggio ed eliminare la concorrenza alla base, e non sul merito di soluzioni piu’ o meno efficaci.

Servono a creare monopolio e non libera concorrenza. Spesso poi vengono a crearsi societ? il cui unico patrimonio ? costituito da un portafoglio brevetti e il loro personale ? esclusivamente di tipo legale: dove sarebbe, dunque, il connubbio virtuoso fra brevetti e R&S ?

Il brevetto applicato all’ informazione (il software ? una particolare implementazione di informazione) non ha senso e produce pi? danni che vantaggi.

I brevetti non possono essere utilizzati dalla PMI, perch? costa registrarli e costa ancora di pi? difenderli in tribunale: spesso infatti la semplice registrazione di un brevetto non garantisce che qualcosa di simile non sia gi? stato brevettato (l’ufficio brevetti ? materialmente impossibilitato a garantire ci?) e per questa ragione spesso la legittimit? di un brevetto, se contestata, viene “decisa in tribunale”: l’ufficio brevetti fa solo da garante su cosa e quando ? stato brevettato (un po’ come fa la SIAE per gli autori).

 I diritti di propriet? intellettuale consentono, infatti, di realizzare
un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti e di ottenere una
protezione ampia nei confronti di eventuali imitatori e contraffattori.

In generale pu? essere vero, ma non lo ? nel caso dei brevetti su beni immateriali come il software.

Per le aziende del settore terziario, i cui beni sono immateriali, il brevetto ? assoltamente inadeguato e anzi dannoso: il copyright assolve invece adeguatamente alla tutela del software (l’attuale legge del diritto d’autore).

La differenza fra copyright e brevetto ? che il primo tutela l? opera mentre il brevetto tutela l? idea: il software ? per sua peculiare natura pi? simile a un libro che non a un’ automobile.

Immaginate se Alessandro Manzoni avesse brevettato l? idea de ?l?Innominato? dei Promessi Sposi: nessun altro nei 20 anni seguenti avrebbe potuto usare un’ idea simile in un romanzo: ad esempio non si sarebbe potuto introdurre un personaggio criminale in un giallo in cui un potente gangster viene chiamato ad esempio ?l’innominabile?.

I brevetti sul software porterebbero a una situazione similmente assurda come in questo esempio: se le idee dei libri fossero brevettabili, in breve tempo nessun autore scriverebbe pi? libri, perch? nel giro di poco tempo ogni nuovo libro infrangerebbe almeno un brevetto.

Con i brevetti sul sofware accadrebbe qualcosa di simile: in breve tempo nessuno sarebbe tranquillo che il proprio software non violi neanche un brevetto: d?altra parte verificarlo sarebbe estremamente costoso e assolutamente al di fuori delle possibilit? di qualunque PMI europea. Dimostrare di aver “copiato” un brevetto ? inoltre deciso solitamente in tribunale: estremamente costoso per una PMI. Dove vanno a finire dunque gli investimenti in R&S ?

Il motivi per cui accade ci? ? che nel software capita molto spesso che autori differenti trovino soluzioni uguali o simili per gli stessi problemi: ma questo non vuol dire che uno abbia copiato l’altro: ? estremamente semplice violare un brevetto sul software essendo assolutamente in buona fede. E’ cos? a causa del particolare modo di lavorare, tipico nel mondo informatico.

In conclusione: i brevetti bloccano l?innovazione tecnologica dei beni di natura immateriale. E’ per questo motivo che le legislazioni di tutto il mondo hanno deciso di tutelare questo prodotto con le leggi sul copyright.

 Non solo, essi permettono altres? di:
 * proteggere i risultati degli investimenti nella ricerca e nello
sviluppo di prodotti ad elevato valore aggiunto o nuovi servizi
che si caratterizzino in termini di nuove ed inventive soluzioni
tecniche (la bilancia commerciale dell'Europa ? positiva grazie
ai prodotti di alta tecnologia, es. medicinali, apparecchiature
elettroniche e meccaniche, ecc.);

Si tratta di tutti oggetti materiali, il software ha caratteristiche diverse, va trattato in maniera diversa.

La musica non e’ brevettabile, i libri non sono brevettabili, le ricette di cucina non sono brevettabili, le leggi non sono brevettabili. Tutti questi “oggetti” hanno caratteristiche proprie che li rendono diversi dagli oggetti materiali, e non si possono “zavorrare” con una legislazione che non tiene conto delle loro caratteristiche immateriali. Il software appartiene a questa categoria.

 * difendere dall'imitazione la differenziazione che ? il risultato
di tali investimenti;

Come abbiamo detto e ripetuto pi? volte il software ? immateriale, e non necessita di investimenti infrastrutturali cos? elevati.

Non si potrebbero scrivere piu’ libri “simili”, o comporre canzoni che parlano dello stesso argomento;

provaimo a rispondere a queste domande:

  1. cosa sarebbe successo al genere musicale “Rock” se qualcuno lo avesse brevettato ?
  2. Cosa sarebbe successo agli “spaghetti al pomodoro” se qualcuno li avesse brevettati ?
  3. Cosa sarebbe successo alla Divina Commedia se qualcuno avesse brevettato l’ idea di fare un viaggio fantastico fra Inferno, Purgatorio e Paradiso ?
  4. Cosa sarebbe successo alla Matematica se qualcuno avesse brevettato le sue formule? Non saremmo liberi di calcolare l’area di un triangolo oppure l’interesse di un capitale….

Queste domande possono sembrare poco serie e fuori luogo: questo perch? le loro risposte ci sembrano immediate e scontante. Siamo ormai abituati da sempre a non brevettare queste cose.

Il software invece ? un prodotto nuovo nella societ?: non tutti si rendono conto di cosa sia esattamente. E quindi ? pi? facile far credere che sia giusto e opportuno brevettarlo.
Molti lo intendono esclusivamnete come uno strumento di uso tecnologico, ma questo non ? propriamente sufficiente a caratterizzarlo: esso ? molto pi? simile a una formula matematica, un procedimento logico-aritmetico che scaturisce dall’intelligenza e dalla creativit? di uno o pi? autori (siano essi ingegneri, informatici, programmatori, analisit etc…).

Cos? come i compositori di musica continuano a comporre musica, cos? come i cuochi continuano a cucinare, cos? come gli scrittori continuano a scrivere anche i programmatori e le aziende che danno loro lavoro possono continuare a guadagnare e lavorare senza bisogno dei brevetti.

Se accettassimo i brevetti sul software, come potremmo poi negarlo ai musicisti, ai cuochi, altri scrittori e ai matematici ?

Le idee relative a beni immateriali come questi hanno bisogno di circolare liberamente per poter essere utilizzate e (ri)scoperte da altri. Questo ? quanto sostengono anche i ricercatori e gli accademici.

 * permettere alle imprese che non dispongono di risorse finanziarie
di accedere a finanziamenti (per gli investitori riveste grande
importanza il fatto che l'azienda detenga un portafoglio di brevetti);

Gli investimenti finanziari nel software possono esser minimi, alla portata di tutti.

Inoltre il valore monetario di un brevetto software ? molto labile e variabile nel tempo: esso dipende in modo stretto dalla sua capacit? di trasformarsi in reddito negli anni. Il mondo dell’informatica si evolve molto velocemente e un brevetto che potrebbe risultare promettente per il presente potrebbe non esserlo pi? fra un anno o addirittura meno (la stessa cosa non succede per i brevetti tradizionali).

Questo fenomeno invalida il valore patrimoniale di un brevetto software: ? quindi difficile che una azienda, soprattutto PMI, riesca a ottenere finanziamenti sulla base del portafoglio brevetti relativo al software. Ricordiamo inoltre che la valutazione finanziaria di un brevetto richiede una perizia tecnico-giuridica molto complessa e costosa: una cosa di poco conto per una multinazionale, ed ? invece un costo e ulteriore burocrazia per le PMI che hanno invece decisamente bisogno d’altro.

 *  concedere licenze di utilizzazione a terzi in vista della
commercializzazione e  dell'immissione sul mercato dei
prodotti protetti e dunque ottenere profitto dalle invenzioni
messe a punto;

Questa mentalit? del guadagno vendendo il software “un tanto al kg” ? una visione che non corrisponde alla realt? sul campo: essa fa riferimento a una mentalit? di mercato vecchia, di chi proviene dall’economia tradizionale basata sulla compravendita di oggetti materiali.

Oggi, chi fa soldi con il software non lo fa solo vendendo programmi applicativi e stringhe di istruzioni, ma fornendo servizi ad alto valore aggiunto: e questo non solo ? vero per le PMI, ma anche per le grandi multinazionali: basta vedere i bilanci di IBM, Sun, Oracle in cui una buona parte del fatturato non proviene tanto dalla vendita di licenze, ma soprattutto dall’assistenza e altri servizi. In questo scenario fa eccezione solo Microsoft, che per? si trova in una situazione di assoluto monopolio, tra l’altro gi? contestato dalla stessa UE.

 * ottenere accordi di licenza incrociata con altre imprese
che abbiano proprie tecnologie brevettate per combinarle
con le proprie al fine di offrire prodotti unici e non copiabili
da terzi;

Ecco un punto fondamentale: proviamo a spiegarlo con una metafora esemplificativa; le licenze incrociate sono molto simili allo scambio di figurine che si fa da bambini.

Un bambino che ha comprato 3 bustine di figurine non sar? in grado di fare alcuno scambio perch? non ha un valore sufficiente da permettergli di scambiare con i bambini che invece giocano e collezionano da pi? tempo. Le PMI sono come i bambini con 3 bustine di figurine: gli investimenti non solo economici ma anche di impegno, tempo, competenze necessari a costruirsi un portfolio brevetti di alto valore (le figurine) sono assolutamente fuori della portata delle PMI. Pertanto lo scenario che illustra Confindustria ? esattamente quello dei soliti bulli che decidono, forti dei loro mazzetti di figurine, chi pu? giocare e chi no.

Confindustria dimentica le multinazionali che gia’ detengono centinaia se non migliaia di brevetti software oltreoceano e che non vedono l’ora di poter usare tali brevetti anche in Europa. E quali accordi di licenza incrociata una PMI italiana/europea puo’ ottenere con un colosso che possiede 100, 500 o migliaia di brevetti software? E’ molto probabile anzi che un qualunque software sviluppato dalla PMI in Europa infranga almeno uno se non pi? dei suddetti brevetti software d’oltreoceano.

Quindi, in realt?, attualmente sono le imprese europee ad avere un vantaggio competivito verso quelle USA o giapponesi (dove i brevetti sul software sono concessi) ed ? questo il motivo per cui ci sono grandi pressioni di multinazionali per introdurre la brevettabilit? del software anche in Europa: lo scopo vero ? dare vantaggio (ma loro la chiamano competitivit?) a chi gi? di brevetti ne ha gi? molti.

Se invece l? Europa, come noi auspichiamo, decidesse di non introdurre i brevetti sul software, molto probabilmente anche gli USA e il Giappone inizierebbero a valutare la possibilit? di cambiare le loro attuali regole a tutto vantaggio della vera competivit? per due motivi:

  • Esistono gi?, soprattutto negli USA, movimenti e pressioni economiche contro i brevetti sul software e molti dubbi sulla pratica ormai diffusa di brevettazione del software. Molte sono le perplessit? di studiosi delle universit? americane: infomaritici, giuristi, economisti.

  • Se l’EU si schierasse apertamente contro i brevetti, la reazione a catena in questi stati sarebbe immediata, sicuramente.

Le imprese europee potendo ottenere brevetti in USA e giappone hanno in effetti attualmente un reale vantaggio: purtroppo non ci sono multinazionali del software in Europa in grado di competere ad armi pari con tali colossi.

 * ottenere valore dalla propria impresa: il valore della
propria impresa ? pi? chiaro ed ? maggiore quando il
business su cui essa si basa ? protetto con brevetti o altri
diritti di propriet? intellettuale;

Si tratta di una vecchia mentalit?: applicabile (e ancora valida) per i beni materiali.

Questo fenomeno inoltre, ancora una volta, avvantaggia esclusivamente le grandi aziende e non le PMI in quanto il valore di un portafoglio brevetti non ? semplicemente la somma del valore dei singoli brevetti.

Possiamo semplificare questo ragionamento nel seguente modo: se una PMI ha 2 brevetti da 100 mila euro ciascuno avr? certamente un portafoglio brevetti da 200 mila euro. Se una grande multinazionale ha 1000 brevetti ancora da 100 mila euro ciascuno, il valore complessivo di questo portafoglio sar? molto maggiore della semplice moltiplicazione aritmetica 1000 x 100 = 100 milioni di euro, in quanto certamente varr? il 50%,100%, o 1000% in pi? in quanto l’uso congiunto di brevetti insieme ad altri ne da un valore strategico molto maggiore. Un tale portafoglio potrebbe valere 300 milioni di euro o molto di pi?! Come pu? una PMI competere in queste condizioni ?

Ecco dimostrato quindi che, ancora una volta, i brevetti avvantaggiano solo le grandi aziende, a danno delle PMI.

 * ottenere partecipazioni nelle imprese (diverse dalla propria)
che fanno uso delle proprie tecnologie brevettate (o di altri
diritti di propriet? intellettuale).

Una situazione di questo tipo ? estremamente pericolosa in Europa: abbiamo gi? visto che la gran parte dei brevetti sul software sono gi? registrati e validi in Giappone ed USA e questo da un vantaggio enorme a queste compagnie nel momento in cui “sbarcano” in Europa con i loro brevetti: la conseguenza ? che molte PMI europee saranno assorbite, controllate e conseguentemente chiuse, qualora vengano avvertite come concorrenti dalle grandi aziende.

Le aziende europee dovrebbero aspettare molto tempo prima di vedersi riconosciuti i propri brevetti (sempre che non siano gi? cose brevettate!), quelle extraeuropee invece li avrebbero immediatamente riconosciti, in virt? dei trattati internazionali.


3. Le imprese italiane vedono pertanto con favore una direttiva
 di armonizzazione in materia di brevettabilit? delle invenzioni
realizzate per mezzo di elaboratore, che si proponga di eliminare
le ambiguit? ed incertezze derivanti dall'adozione di diverse prassi
interpretative da parte degli uffici brevetti degli Stati Membri e di
rendere cos? certo l'ambito di applicazione della protezione.

Siamo tutti daccordo che vanno eliminate le ambiguit?: ma la normativa attuale (Convenzione di Berna del 79) vieta esplicitamente la brevettazione del software in quanto tale.

E va quindi confermata, non cambiata nella direzione di una permissiva interpretazione sulla brevettabilit? del software: la direttiva europea invece tenta di fare esattamente questo.

Pur rimanendo il software non brevettabile di per s?, la tutela
diretta del software in quanto attua, e in subordine a, invenzioni
brevettabili di prodotto o processo, costituisce un elemento
importante per lo sviluppo di nuove tecnologie.

Abbiamo gi? ampiamente spiegato quanto questo non sia vero. Il punto ? che non ? chiaro cosa sia “una invenzione brevettabile di prodotto o processo”. Sappiamo tutti che il software elabora informazioni. Queste elaborazioni possono essere utilizzate per un prodotto o un processo. Se il software in quanto elaboratore di informazioni non ? brevettabile, perch? dovrebbe esserlo nel momento in cui viene utilizzato per un prodotto o un processo ? Chi pone questo limite ? Cosa definirebbe esattamente cosa ? brevettabile e cosa non lo ? ?

Secondo il testo dell’attuale direttiva, non viene adeguatamente chiarito questo limite. Non ? un testo legislativo chiaro: la discrezionalit? in questo ambito verrebbe demandata all’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO) che notoriamente ? portato a brevettare piuttosto che a non farlo (in quanto questo accresce la sua attivit?, controllo e presitgio).

Ricordiamo inoltre che l’ EPO ? una societ? privata e non appartiene aelle istituzioni europee! Questa ? una ulteriore distorsione del sistema giuridico perch? non garantisce neutralit? verso la societ?. E’ ragionevole pensare che l’EPO sia pi? incline ad accogliere le pressioni di indirizzo generale “suggerite” da poche grandi aziende (anche non europee) piuttosto che da tante piccole aziende (tipicamente europee) in quanto le prime sono notoriamente pi? efficaci nelle attivit? di lobbying.

 Si pensi,
 per citare soltanto uno dei possibili esempi, alla sempre pi?
frequente convergenza tra informatica e telecomunicazioni
che rende possibile lo sviluppo di nuove architetture di rete
e quindi l'offerta di soluzioni tecniche innovative che
corrispondono ad esigenze del mercato che non hanno
ancora trovato risposta.

Tutto ci? risulta nell'utilizzo da parte delle imprese di nuove
soluzioni tecniche attuate per mezzo di pacchetti integrati
software e nella offerta di servizi innovativi
che fanno uso di nuove architetture di rete, di nuovi
elaboratori elettronici, di nuovi terminali, di nuovi dispositivi
di interfaccia, di nuove tecniche di protezione ecc. 

Per incentivare una adeguata partecipazione allo sviluppo
di tali nuovi pacchetti, architetture di rete, nuovi terminali
e nuovi dispositivi di interfaccia da parte di PMI (non solo da
parte delle grosse aziende) ? necessario che sia garantita:

Premesso che molte delle tecnologie pi? utilizzate nella rete sono in realt? vecchie di decenni, basate tutte su standard aperti (quindi non brevettati e non brevettabili). Non ? vero che i brevetti tutelerebbero tali architetture. Le architetture sono basate su standard, interfacce e protocolli aperti oppure concordati in consorzi internazionali o emanati da enti quali ISO, ANSI, IEEE, IEFT e molti altri.

Quasi mai questi vengono da un unico prodotto realizzato da un’unico soggetto. Quello che fa il software ? implementartare questi standard secondo qualit? pi? o meno marcata.

Al contrario la brevettabilit? di queste “architetture” o “protocolli” o “interfacce” sarebbe una limitazione alla loro diffusione stessa: nell’infomatica le architetture ad esempio di maggiore successo sono quelle che si diffondono di pi?: se l’idea su cui si basa tale architettura viene brevettata, questa idea non si diffonder? e verr? meno impiegata di quanto lo sarebbe senza brevetto.

Che dire poi della brevettabilit? del protocolli ? Essi sono le regole con cui i programmi si scambiano informazioni. Brevettarli significa per tutta la societ?, ipotecare per sempre le proprie informazioni nelle mani di un’unica azienda: dare cio? a questa il controllo sull’informazione: sarebbe una grave mancanza strategica permettere ci? da parte di una classe dirigente

Questo accade perch? il software, a differenza dei beni materiali pu? essere duplicato a un costo irrisorio (i supporti costano pochi euro e la connettivit? anche).


- la possibilit? di cumulare la protezione conferita dal diritto
 d'autore con quella brevettuale per le invenzioni attuate per
mezzo di elaboratori elettronici. Le due protezioni riguardano
infatti aspetti differenti dell'innovazione e non sono tra loro
in contrapposizione;

Perch? questo ? necessario ? Perch? sovrapporre il copyright ai brevetti ? Questo non viene argomentato da Confindustria.

- una protezione non solo tramite rivendicazioni di dispositivo/sistema
(product)  e metodo (process), ma anche, in subordine a
rivendicazioni di prodotto o processo, mediante rivendicazioni
di "programma per elaboratore" ("computer program product"),
che permettono di verificare e colpire per contraffazione diretta
(non solo per induzione alla contraffazione) eventuali contraffattori;

Viene detta una falsit? enorme riguardo la contraffazione (che in questo contesto non ha nulla a che vedere con la lotta alla pirateria).

Nel mondo del software ? estremamente facile violare un brevetto: spessisimo i tecnici informatici riciclano le idee di altri oppure arrivano in maniera indipendente alle stesse idee di soluzione per una certo problema. Fa parte del lavoro di tutti i giorni, riutilizzare il codice sorgente (e quindi le idee) di altri programmi (quando la licenza lo permette).

Brevettare questo genere di idee significa che ogni volta che a un tecnico viene in mente un’ idea (praticamente una volta al giorno nel lavoro quotidiano), deve prima verificare che non sia brevettata! Significherebbe praticamente impedirgli di lavorare in condizioni normali.

Come si potrebbe accusare qualcuno che usa queste idee di aver violato un brevetto? La realt? ? che se un’ idea ? brevettata non vuol dire necessariamente che sia innovativa.

Infatti vi sono molti brevetti la cui “originalit?” ? a dir poco ridicola;

Alcuni esempi:

  • EP19910119983 19911122: questo brevetto copre tutte le diagnosi mediche che possono essere calcolate automaticamente basate su un input di immagini medicali e testo da un normale computer senza dichiarare che tipo di elaborazione viene fatta. Esso ? esteso anche a quando la diagnosi viene effettuata in una rete o mediante database. Esso si applica quando le immagini vengono analizzate come “gi? pronte per il medico”.

    In pratica questo brevetto copre tutti i programmi e sistemi che forniscono informazione in tempo reale e interattiva su diagnosi medica basata su processamento di immagini! Dove sta l’innovazione ? Davvero si vuole che venga parata un diritto su una tale “invenzione”? Pi? che un diritto sarebbe una tassa.

  • EP19950303789 19950602: “Amazon 1Click” ? un metodo di pagamento online con carta di credito fatto in “un click” (di mouse). Un’ idea assolutamente banale e scontata.

Ci sono molti altri brevetti estremamente discutibili in questo sito

- la brevettabilit? di soluzioni tecniche che riguardino
(e/o siano funzionali a) l'interoperabilit? fra sistemi
diversi (ancora nel rispetto dei vincoli sopra richiamati).

Anche qui valgono le stesse argomentazioni di cui sopra: l’interoperabilit? riguarda i protocolli (cio? le regole con le quali i computers si “parlano”) e non i singoli programmi.

Brevettare i protocolli vuol dire dare a pochi soggetti il controllo totale sull’informazione: una tassa enorme che graverebbe su tutta la societ?. Una perdita di competitivit? ed un freno alla ricerca e l’innovazione assolutamente grave e da evitare.

I protocolli sono i linguaggi con i quali i programmi si parlano uno con l’altro: si possono brevettare gli alfabeti ? il linguaggi ?

Questo ? grave come sarebbe grave brevettare l’italiano oppure il tedesco.

Evidentemente non ? questa la strada giusta: eppure i protocolli non sono altro che le varie “lingue” mediante le quali ? possibile fare interoperare e comunicare i computers. Esse devono rimanere standard aperti in modo da incentivare l’interoperabilit? e in modo da consentire a tutti di “parlare” quelle lingue senza dover pagare oneri.

4. Soprattutto le PMI possono ben utilizzare il sistema brevettuale
al fine di mantenersi  competitive rispetto ai migliori concorrenti
(incluse le grandi imprese) in termini  di business e capitalizzare
in termini di valore (nella propria o altrui impresa) i  risultati del
proprio ingegno e delle proprie iniziative.

Le PMI sono troppo svantaggiate rispetto alle grandi imprese per i gravi problemi gestionali, legali, burocratici. Evidentemente viene considerato “ben utilizzabile” uno strumento che ? in realt? “ben utilizzabile” e agevole solo per i grandi.

E che dire, poi, delle microimprese ?

Ci sono decine di migliaria di imprese piccole e piccolissime che operano nel settore ITC e del software, a volte solo liberi professionisti con al massimo qualche collaboratore: se per le PMI ? difficile e gravoso accedere al sistema dei brevetti, per loro ? praticamente impossibile solo inizare a pensare al problema brevetti.

Anzi… sia PMI che liberi professionisti potranno essere attaccati (e ricattati) ogni qualvolta venga loro solo minacciata la possibit? di dover andare in tribunale a difendersi contro l’accusa di aver violato un brevetto: infatti i costi di queste cause sono cos? elevati che semplicemente il fatto di doversi difendere pu? definitivamente stroncare una piccola azienda.


Proprio le tecnologie moderne abbassano la soglia di accesso alla
creazione di nuovi risultati tecnici da parte di piccole imprese.

Questa affermazione non ? affatto chiara. Chi ha scritto questa frase dovrebbe spiegare meglio cosa intende.

Per contro, la riscrittura del
codice, non richiede attivit? di R&S, ma l'impiego di
risorse qualitativamente diverse e spesso quantitativamente
disponibili in grandi aziende.
  1. le risorse per la scrittura, il test e il debugging di un programma di eccellente qualit? ? un processo estremamente lungo e qualificato
  2. il vantaggio che l’impresa A che ha realizzato il software su eventuali concorrenti ? incolmabile, tale da scoraggiare qualunque competitore B a provarci, a meno che la qualit? di quanto prodotto da A non sia scarsa.
  3. se c’? un B che intraprende tale strada ? generalmente perch? vi sono aspetti trascurati o non risolti in modo ottimale da A, per cui B apporta un suo contributo di cui potr? in seguito beneficiare pure A
  4. sicuramente A a sua volta ha potuto utilizzare un gran numero di esperienza e idee mutuate da altri prodotti di concorrenti, per cui ? solo grazie al fatto che non vi sono i brevetti che ha potuto apportare quella “innovazione incrementale” che le ha potuto aprire un nuovo mercato. Con i brevetti, contate le lincenze ed i costi per poter scrivere il proprio software, si sarebbe dovuta arrendere subito.

Notare infatti che se ad esempio si paga per il brevetto dello streaming video via internet non vuol dire che mi viene dato tutto l’occorrente (sorgenti, documentazione, librerie, tool di sviluppo) per implementare rapidamente tale soluzione, ma mi viene solo “concesso” di poter usare quel risultato che mi sono dovuto conquistare con le mie sole forze!

Queste non
hanno difficolt? ad usare tali risorse quando vogliano conseguire
significativi risultati tecnici quali sono a volte (non sempre)
quelli brevettati. In assenza di una protezione brevettuale, le grandi
imprese avrebbero buon gioco a sviluppare simili soluzioni tecniche,
sia pure indipendenti in termini di software, rispetto a
quelle innovative sviluppate dalle PMI.

Questo ? davvero cusioso: Confindustria, che non rappresenta tipicamente le PMI, sta dunque dicendo che bisogna proteggere le PMI dalle grandi aziende.

Ne prendiamo atto.

La realt? ? ben diversa, evidentemente: le argomentazioni che abbiamo finora spiegato punto per punto dovrebbero aver convinto il lettore che le argomentazioni di Confindustria non sono basate su solide basi.

Noi crediamo che non solo le PMI e i liberi professionisti, ma anche le aziende medio-grandi europee avrebbero tutto da perdere dai brevetti.

Non comprendiamo quindi le argomentazioni di Confindustria: pensiamo, pi? realisticamente, che Confindustria stia facendo un grosso errore di valutazione: se meglio indagasse il fenomeno scoprirebbe che molte aziende sono contrarie. come dimostrano numerosi appelli firmati:

La campagna contro i brevetti software ? molto ampia. Per rendersene conto basta fare una ricerca su google “software patents”

Oltre al LugRoma, molte altre associazioni sono attive in europa e in italia contro i brevetti sul software:

Altri Appelli e opinioni:

Autore

Fabrizio Sebastiani,

Presidente Linux User Group Roma

Hanno collaborato

Un grazie per integrazioni, suggerimenti e correzioni a:

  • Paolo Pedaletti, OpenLabs, Milano

  • Stefano Maffulli, FSF Europe – Sezione Italiana

  • Marco Menardi

  • Marco Mililotti, LugRoma

  • Marco Palone, LugRoma

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Istat, la recessione viene da lontano: l’analisi di 10 anni di stagnazione

25 maggio 2005 Commenti chiusi

Nel Rapporto Annuale 2004 si indicano nel calo della produttivit? e nella crisi dell’export i fattori principali della crisi

Neanche la discesa del tasso di disoccupazione ? del tutto positiva: risente della diminuzione delle forze di lavoro

di ROSARIA AMATO

La recessione economica attuale ha radici lontane. E’ il dato pi? rilevante che emerge dal Rapporto Istat 2004, presentato stamane a Montecitorio. “Gli ultimi anni sono stati deludenti dal punto di vista economico – spiega il coordinatore del rapporto, Giovanni Barbieri – sono anni di rallentamento. Abbiamo individuato la causa principale nella diminuzione della produttivit?. E quest’anno si va nella stessa direzione. Le caratteristiche della situazione attuale sono riconducibili a fattori di lungo periodo che operano da almeno un decennio”. “Quelle che ci appaiono difficolt? congiunturali – ha ribadito il presidente dell’Istat Luigi Biggeri – sono imputabili all’emergere di movimenti di lungo periodo, che maturano da almeno un decennio e non da oggi e che derivano da situazioni strutturali che non sono state affrontate adeguatamente. Per questo la mia sintesi si intitola non a caso ‘Dare risposte ai cambiamenti’ “.

‘Aumentano incertezze e clima di sfiducia. Risposte tanto pi? necessarie, avverte Biggeri, dal momento che “il nostro Paese attraversa una fase di perdurante stagnazione economica che fa aumentare le incertezze sul futuro e il clima di sfiducia. Complessivamente l’Italia sembra ancora non saper guardare oltre le sfere individuali e avere scarsa propensione a fare sistema”.

Crescita bassa. A chi l’anno scorso parlava gi? di ‘ripresina’, non osando parlare ancora di ripresa, l’Istat ricorda che, pur essendo stato il 2004 “un anno di crescita vigorosa” per il complesso dell’economia mondiale, l’Italia ha registrato un +1,2% di crescita del Pil che comunque rappresentava un risultato “decisamente inferiore a quello dell’insieme dei Paesi dell’area Uem”, tanto che “il permanere di un ritmo di sviluppo molto modesto caratterizza l’ultimo triennio come uno dei pi? lunghi periodi di bassa crescita della recente storia italiana”.

Le cause. L’istituto di statistica individua in due “nodi strutturali” le cause della “performance relativamente modesta dell’economia italiana nell’ultimo decennio”: la stagnazione della produttivit? del lavoro, che in media annua ? cresciuta appena dello 0,5% rispetto all’1,4% dell’Ue25, e la crescente difficolt? sui mercati esteri. Durante gli anni Novanta, la quota complessiva dell’Italia sull’export mondiale ha raggiunto infatti il massimo nel 1996 (4,7%) per poi diminuire con regolarit?, fino al 3,7% del 2004, perdendo nel periodo circa un quarto del suo valore potenziale.

L’analisi 1/ La produttivit?. Le imprese attive nell’industria e nei servizi sono 4,2 milioni e impiegano complessivamente 16,3 milioni di addetti. La dimensione media delle imprese era pari, nel 2003, ad appena 3,8 addetti, “dato che colloca l’Italia all’ultimo posto in Europa”. A lungo si ? esaltata la peculiarit? italiana della presenza massiccia di piccole e medie imprese. Ma dal rapporto Istat emergono considerazioni abbastanza ovvie: le Pmi hanno difficolt? sotto il profilo delle esportazioni, e, soprattutto le microimprese, quelle sotto i dieci addetti, non fanno ricerca e sviluppo.

“Sulla particolare struttura dimensionale del nostro sistema produttivo, fortemente sbilanciata verso le imprese di minori dimensioni, si modella anche il profilo dei principali indicatori di performance – si legge nel rapporto – considerato che i livelli di redditivit? e produttivit? appaiono strettamente correlati alle dimensioni dell’impresa, con risultati generalmente migliori nelle unit? di maggiori dimensioni rispetto alle pi? piccole. Ci? fa s? che la performance complessiva del sistema produttivo italiano risenta negativamente dell’eccessiva frammentazione del tessuto imprenditoriale”.

L’analisi 2/ Le esportazioni. La modesta crescita della produttivit? del settore manufatturiero, spiega l’Istat, si ? tradotta in un relativo aumento del costo del lavoro per unit? di prodotto (pur in assenza di rilevanti spinte sulle retribuzioni). Questa dinamica, unitamente all’apprezzamento dell’euro, ha contribuito a una perdita di competitivit? delle nostre produzioni sui mercati esteri. Anche il modello di specializzazione, orientato verso produzioni tradizionali, ha influito negativamente sulla performance delle esportazioni italiane. Infatti “il complesso delle produzioni made in Italy ? caratterizzato da un livello tecnologico relativamente basso e da un’elevata intensit? di lavoro. In ragione di queste condizioni strutturali, il nostro sistema produttivo ha quindi subito uno shock da globalizzazione di natura permanente in misura maggiore rispetto a tutte le altre grandi economie avanzate, essendo tali produzioni anche pi? esposte alla concorrenza di prezzo delle economie emergenti e in via di sviluppo, che dispongono di vantaggi comparati incolmabili sul piano del costo del lavoro”.

L’analisi 3/ Innovazione e tecnologia. Spendiamo poco per ricerca e sviluppo. Nel 2002 la spesa per ricerca e sviluppo dell’Ue25 ha raggiunto l’1,9% del Pil, a fronte del 2,6% degli Usa e del 3,1% del Giappone. L’Italia, con l’1,16%, si colloca al disotto della media europea, superata anche da Slovenia (1,53%) e Repubblica Ceca (1,22%). I risultati degli scarsi investimenti si vedono poi anche sotto il profilo dei brevetti. Nel 2002 sono stati depositati nell’Unione Europea 26 brevetti di prodotti high tech per milioni di abitanti contro i 48,4% degli Stati Uniti. Tra i Paesi europei i valori pi? alti di questo indicatore si registrano in Finlandia (120 brevetti per milione di abitanti), Paesi Bassi (93) e Svezia (75). La Germania conta 45 brevetti per milione di abitanti e il Regno Unito 32. L’Italia con 7,1 brevetti per milione di abitanti ? pi? vicina alla Spagna (3,5), alla Grecia (1,4) e ai nuovi Paesi membri (Ungheria 4, Estonia 2,5).

Il mercato del lavoro. La discesa del tasso di disoccupazione, passato nel 2004 all’8% dopo l’8,4% del 2003, ? considerato un elemento positivo (uno dei pochi) nella disastrata situazione italiana. Ma anche qui, non ? tutt’oro quel che luce. Intanto l’indicatore presenta forti differenze territoriali: nel Mezzogiorno risiedono quasi sei disoccupati su 10 e il tasso di disoccupazione (15%) ? triplo rispetto a quello del resto del Paese. Le regioni con il pi? alto tasso di disoccupazione sono Sicilia, Campania e Puglia. Inoltre nel 2004 si ? registrato un aumento di 248.000 unit? delle ‘non forze di lavoro in et? lavorativa’, soprattutto tra le donne nel Mezzogiorno (+114.000 unit?). Il che significa che a far scendere il tasso di disoccupazione sono anche le persone che rinunciano a immettersi nel mercato del lavoro, e che a rinunciare sono soprattutto le donne meridionali. In generale, l’Italia mostra un’incidenza dell’inattivit? in et? lavorativa significativamente pi? elevata rispetto ai partner europei. E la mancata partecipazione delle donne ? quasi doppia rispetto a quella maschile.

I disoccupati. Sono quasi due milioni. I pi? numerosi risultano i disoccupati figli (966.000, pari al 49,3% delle persone in cerca di lavoro), ma c’? anche una corposa quota di disoccupati genitori (43,6%, pari a 856.000 persone) e di partner senza figli (7,1%). Inoltre 1.226.000 disoccupati vivono in contesti familiari critici, soprattutto nel Mezzogiorno.

La sottoccupazione. Per la prima volta l’Istat ha effettuato una stima dei ’sottoccupati’. Vengono classificate in questo modo le persone che dichiarano di avere lavorato per un numero inferiore di ore rispetto a quelle volute. Nel 2004 i sottoccupati erano 992.000, il 4,4% degli occupati. La maggior parte di loro ha un contratto a termine o di collaborazione. I lavoratori a termine hanno anche una retribuzione inferiore, del 10,5%, rispetto a quella dei lavoratori a tempo indeterminato.

Il taglio dell’Irpef. Secondo le rilevazioni Istat, la riforma dell’Irpef (valutata nelle sue due fasi, dal 2002 al 2005) ha portato effettivamente a uno ’sconto’. In media, tra il 2002 e il 2005, ha fatto lievitare il portafoglio delle famiglie di circa 524 euro l’anno. Ma la riduzione dell’imposta non ha interessato tutti. Circa 3,2 milioni di famiglie, su 21,3 milioni, non hanno avuto alcun beneficio. E 2,5 milioni di questi nuclei senza benefici fiscali sono concentrati tra le famiglie con il reddito pi? basso, quelle che destinano i loro guadagni ai bisogni essenziali.

Gli extracomunitari. Nel 2003 si registra un elevato incremento dei lavoratori dipendenti extracomunitari, per effetto della regolarizzazione. Dei 580.000 lavoratori censiti, il 60% ? assorbito dall’industria, in particolare dalle costruzioni. La retribuzione degli extracomunitari ? pari al 66% di quella del totale dei dipendenti: la riduzione delle retribuzioni medie, conseguente alla regolarizzazione, ha contribuito all’ampliamento del diffenziale salariale dell’ultimo triennio.

tratto da “La Repubblica”

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Robin Hood alla meno 1

25 maggio 2005 Commenti chiusi

La riduzione dell’imposta ha portato due miliardi e mezzo di euro alle famiglie pi? ricche e solo 143 milioni alle pi? povere
Istat: calo Irpef vale 524 euro
nulla a 3,2 milioni di famiglie

Lo sconto Irpef c’? stato. E in media, tra il 2002 e il 2005, ha fatto lievitare il portafoglio delle famiglie di circa 524 euro l’anno. Ma la riduzione dell’imposta non ha baciato tutti. Circa 3,2 milioni di famiglie, su 21,3 milioni, non hanno avuto alcun beneficio. E 2,5 milioni di questi nuclei senza benefici fiscali sono concentrati tra le famiglie con il reddito pi? basso, quelle che destinano i loro guadagni ai bisogni essenziali.

A fare i conti in tasca agli italiani, per verificare gli effetti concreti del primo e del secondo modulo di calo dell’Irpef realizzato tra il 2003 e il 2005, ? l’Istat che nel rapporto annuale ha applicato le macro cifre delle manovre alla realt? concreta delle famiglie. Un calcolo che – ? scritto nella premessa – non considera la restituzione del fiscal drag prevista dalla normativa a partire dal 1989 ma disapplicata dal 2001: come dire, non conta le maggiori tasse che di fatto si pagano per la perdita di potere d’acquisto dovuta all’inflazione.

La manovra complessiva di riduzione fiscale tra il 2002 e il 2005 – secondo l’istituto di statistica – ? stata pari a 11.196 milioni di euro. L’importo ? quasi equamente distribuito tra primo e secondo modulo: 5.276 milioni con la prima riduzione, 5.920 milioni con la seconda tranche. Ma 5.378 milioni della manovra complessiva, cio? circa la met? delle risorse messe in campo, ? andata a beneficio del 30% delle famiglie “pi? benestanti”. Mentre, scrive l’Istat, “il 70% delle famiglie si divide il resto”. Le risorse messe in campo per il 10% delle famiglie pi? povere sono state pari a 143 milioni, mentre il 10% di quelle pi? ricche ha ottenuto 2.539 milioni. I valori parlano da soli, anche se bisogna considerare che tra le famiglie pi? povere ci sono i cosiddetti incapienti, cio? le persone che percepiscono un reddito talmente basso da essere esenti dal pagamento di imposte.

La media statistica parla di uno sconto di 524 euro a famiglia. Ma comprende anche i 3,2 milioni di famiglie che non guadagnano una lira e le 30 mila che perdono in media 211 euro. Di fatto lo sconto non ? uguale per tutte le fasce di reddito, e meno avvantaggiate sembrano i 2,1 milioni di famiglie pi? povere. Per loro lo sconto annuo dal 2002 ? pari a 67 euro, circa lo 0,75% del reddito. Lo sconto sale insieme con il reddito (anche se percentualmente si assesta attorno all’1,5-2,1%), ? di oltre i 1.000 euro dopo aver superato il 40% delle famiglie con il reddito pi? basso, e raggiunge i 1.188 euro (circa il 2% del loro reddito) per i 2,1 milioni di famiglie che appartengono alla fascia pi? ricca.
Quest’ultime assorbono da sole il 22,7% delle risorse messe in campo (2,5 miliardi).

L’indagine Istat ha scandagliano i benefici anche per tipologie di reddito. Cos? si scopre che, nel complesso, il beneficio pi? basso spetta alle famiglie con un solo reddito da pensione (+218 euro di reddito disponibile) o quelle composte da una sola persona (single o anziani soli), che risparmiano 252 euro. I lavoratori autonomi sono invece quelli che hanno avuto i maggiori risparmi, circa 812 euro. Ma bene ? andata anche alle famiglie con pi? di tre figli (circa 687 euro di risparmio fiscale).

In media una famiglia del Sud, con l’abbattimento dell’Irpef, ha visto lievitare il proprio reddito annuo di 388 euro, contro i 620 euro di una famiglia media del Nord-Ovest e i 605 del Nord-Est. I nuclei delle Regioni del Centro, invece, hanno avuto uno sconto leggermente superiore alla media nazionale: 546 euro. A fare la differenza ? ovviamente il maggior reddito guadagnato al Nord rispetto al Sud.

E’ soprattutto l’effetto del secondo modulo della riduzione Irpef, quello entrato in vigore quest’anno, quello che ha portato i benefici ai redditi pi? alti. Il 30% delle famiglie con redditi migliori ha avuto i due terzi delle risorse della manovra, circa 3,8 miliardi. E questo vale a prescindere dalle categorie reddituali: “All’interno delle categorie – scrive l’Istat – l’aumento della diseguaglianza ? generalizzato, con l’unica eccezione delle famiglie con un percettore di reddito operaio”. In ogni caso, lo sconto medio che ogni famiglia ricever? quest’anno ? di 277 euro, dai 14 euro del 10% pi? povere ai 1.057 del 10% delle pi? ricche. Le famiglie monoreddito con reddito da pensione e quelle con una sola persona mostrano i guadagni pi? ridotti, 79 e 88 euro, mentre i nuclei con un lavoratore indipendente risparmiano 628 euro.

Tratto da “La Repubblica”

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Olivetti, Ivrea: c’era una volta il futuro. E il lavoro

25 maggio 2005 Commenti chiusi

Viaggio a Scarmagno, simbolo del suicidio industriale italiano

Informatica addio Del sogno del vecchio Adriano e dei 60 mila dipendenti resta ben poco: mille lavoratori, di cui la met? in cassa integrazione e qualche computer montato per conto terzi. E’ la storia della trasformazione del ?capitalista funzionante? in finanziere e rentier. E del deserto del Canavese che ha rappresentato a lungo un’alternativa alla cultura industriale della Fiat

PAOLO CIOFI

Pioviggina sul piazzale dello stabilimento di Scarmagno, un tempo fiore all’occhiello della Olivetti e luogo di culto dell’informatica italiana, quando il gruppo guidato da De Benedetti produceva il famoso computer M 24 e contendeva alla Ibm il primato sul mercato mondiale. L’impressione che provai allora fu forte. L’alto livello di automazione, la produzione organizzata a isole, i lavoratori in camice bianco che operavano con la precisione dei chirurghi: tutto l’ambiente aveva qualcosa di avveniristico che ti prendeva, e ti sentivi come proiettato nel futuro. Adesso si avverte un senso di spaesamento, e intorno un’atmosfera di declino se non proprio di abbandono. Sono passati 21 anni e questo ? il futuro, oggi.

Schemi, modelli, persone

Il mio viaggio nel lavoro comincia da qui: dal nordovest industriale, scosso dalla crisi del suo modello che per oltre un secolo ha trainato il paese, e di cui la Fiat ? l’esempio pi? noto e pi? emblematico ma certamente non unico. A dir la verit?, i modelli e gli schemi m’interessano poco. L’intento ? di lanciare una sonda dentro il paese reale, in quella parte della societ? profonda solitamente oscurata, spesso senza voce e senza rappresentanza, per cercare di portarne alla luce la condizione materiale, i pensieri e le parole, le aspirazioni e il disincanto. Insomma, per porre un problema.

Il mondo del lavoro, quest’enorme arcipelago sociale ignorato e talora vilipeso da una cultura d’impresa arrogante, nella realt? costituito da donne e uomini che continuano a portare sulle loro spalle l’Italia, si manifesta in una luce particolarmente cruda qui a Scarmagno. Ma, a ben vedere, Scarmagno non ? altro che una metafora del capitalismo italiano all’epoca della globalizzazione.Con Federico Bellono, segretario della Fiom di Ivrea, e Lino Malerba, della Rsu Cms, m’inoltro nello stabilimento, ora frazionato e diviso tra le diverse societ? dello ?spezzatino? ex Olivetti. Lo spettacolo ? desolante. Gli uffici chiusi, le linee ferme, i locali della produzione computer irrimediabilmente vuoti: ? il deserto dell’informatica italiana. Se gi? nel 1964, dando prova di una preveggente miopia, il presidente della Fiat Valletta parlava dell’informatica come di un ?neo da estirpare?, ora si pu? ben dire che la missione ? stata compiuta, sebbene i mandanti e gli esecutori del crimine siano diversi.

La prima cosa che mi colpisce come un pugno allo stomaco, guardandomi intorno e discutendo con i lavoratori e tecnici che sono venuti a incontrarmi, ? la svalorizzazione del lavoro, l’enorme dissipazione di abilit? manuali, di competenze tecniche, di un ricco patrimonio culturale, che facevano della Olivetti un punto di eccellenza assoluto, riconosciuto nel mondo. Alla Olivetti sono nati i mainframes Elea e poi la ?perottina?, the first desk top computer of the world come dissero gli americani, e c’? chi ricorda l’operaio Natale Cappellaro, diventato ingegnere honoris causa per aver inventato la Divisumma.

Chi si assume la responsabilit? per questo sperpero dissennato di ricchezza reale, di un patrimonio dell’intera societ?? Il paradosso ? che mentre il paese avrebbe bisogno di un salto di qualit?, qui ci sono ancora capacit?, competenze, intelligenze che vengono disattivate ed espulse dalla logica inesorabile del capitale finanziario e da precise scelte ?imprenditoriali?. E non parliamo, per favore, di ?capitale umano?: qui ci sono donne e uomini vivi, vulnerati nei loro diritti e nella loro dignit?, senza retribuzione e senza lavoro per responsabilit? del capitale che ha sprezzato le loro qualit? e capacit? professionali alla ricerca del business facile.

Quando la Olivetti occupava 60 mila dipendenti nel mondo, Scarmagno ne aveva 6 mila. Ora ne restano circa mille, di cui 500 in cassa integrazione a zero ore del ramo derivante da Olivetti Personal Computer, e altri 500 del ramo derivante da Olivetti Tecnost, che perlopi? si arrabattano nei sevizi Telecom 187 e nella riparazione dei telefonini. Come si vive in cassa integrazione con 800 euro? Chiara della Oliit, 40 anni, si occupava di marketing. Sposata con due figli e il marito che lavora nel settore della meccanica di precisione, anch’esso in difficolt?, ha tagliato su tutto: ?Si spende solo per il mangiare e per il mutuo della casa, solo per la pura sopravvivenza?. E la prospettiva ? la disoccupazione senza ritorno, in un’area colpita anche dalla crisi dell’indotto Fiat: ?Ho un’et? che mi condiziona. Il mercato del lavoro non mi vuole pi??.

Tra gli operai della Cell-Tell, che riparano cellulari e sono inquadrati con il contratto originario dei metalmeccanici, prevale la frustrazione e l’insicurezza. ?Avevamo professionalit? e un contratto nazionale, e adesso ci hanno sbalzato qua dentro, in una condizione di sostanziale dequalificazione e precariet?, perch? ci? che conta, secondo il credo dei nuovi proprietari, non ? il contratto ma il mercato, cio? la richiesta del cliente. Del resto, i giovani inseriti in azienda tramite il `tirocinio formativo’ ricevono 400 euro, fanno il nostro stesso lavoro e sono non garantiti per legge. Noi ormai lo siamo di fatto?. L’opinione di Raffaele e Claudio, rappresentanti Fiom, ? netta. Come pure quella di Maria, dell’Innovis, esperta operaia che viene dalla Singer, e che al termine di un travagliato percorso professionale adesso ? ?stata venduta?, come lei dice, a un’altra azienda Telecom. Lavoratori come merce senza qualit?, come effetto collaterale del mercato, puri e semplici ?esuberi? sbattuti qua e l? secondo gli interessi dell’azionista di maggioranza e del manager che comanda e si arricchisce. La Telecom, che inizialmente aveva offerto 12.000 euro per ogni causa di lavoro, dopo la prima sentenza a suo favore – spiega Sergio D’Orsi- adesso ne offre 5.000, cio? un’elemosina.

Capitalismo mutante

Il disfacimento dell’informatica italiana come possibile asse di un nuovo sviluppo ? l’effetto di una scelta consapevole rivelatasi strategicamente perdente; e della trasformazione del ?capitalista funzionante? in finanziere e in rentier, che privilegiando la rendita e il corso di Borsa non innova e non investe nella produzione. Di cosa parliamo, se non di un vero e proprio fallimento di un ceto capitalistico dirigente, posto di fronte alle sfide del XXI secolo? Non hanno capito, allo stesso modo dei partiti di governo, il ruolo che l’informatica avrebbe svolto nell’economia, nella cultura, in tutta l’organizzazione della societ?.

Un altro dato di fatto, che a Scarmagno emerge con solare evidenza: mancata innovazione e assenza di una strategia industriale, come nel caso Fiat. Quando De Benedetti, alla met? degli anni Novanta, decise che l’informatica non era strategica e trasloc? nella telefonia mobile, il destino della Olivetti era segnato. Subentrato Colaninno, la societ? fu trasformata in un contenitore finanziario, adatto alle magie della Borsa. E’ arrivato infine Tronchetti Provera che per accorciare la catena di controllo su Telecom ha semplicemente cancellato il marchio Olivetti dal registro delle societ? quotate. Per poi resuscitarlo con una dichiarazione di grande rilancio nell’high-tech, seguito dall’annuncio della delocalizzazione in Cina di una parte delle produzioni Tecnost.

Nel frattempo, sul versante dei personal computer abbiamo assistito a una serie infinita di passaggi di mano, di vendite e di acquisti, di scorpori e dimagrimenti. Alla creazione di innumerevoli sigle e scatole vuote, con l’intervento di avvocati e di manager presunti, di affaristi e di faccendieri veri che hanno fatto e disfatto fino all’esito attuale: la Oliit in stato di fallimento e la Cms (che ha una capacit? produttiva di 1000 computer al giorno) ferma in amministrazione straordinaria.

Taiwan nel Canavese

Questa storia, nel racconto di Lino Malerba e di Sergio D’Orsi, sembra un financial thriller americano piuttosto che una vicenda reale, e bisognerebbe avere il tempo di raccontarla tutta per filo e per segno. C’? anche questo paradosso poco noto: che mentre dal Canavese si trasloca in Oriente alla caccia di manodopera a basso costo, la taiwanese Acer viene dall’Oriente a Scarmagno per produrre computer. Nel 2003 la Cms ne ha fabbricati 180.000 della linea Aspire, e avrebbe potuto continuare se i suoi presunti manager fossero stati in grado di garantire ci? che serve alla produzione. La presenza dell’Acer a Scarmagno dimostra comunque che il costo del lavoro non ? il problema, e che qui la qualit? del lavoro ? tale da far gola a uno dei primi produttori mondiali. Non ? proprio possibile rimettere in moto l’azienda, cercando e mobilitando risorse anche con l’intervento coordinato della regione e del governo? Ci vorrebbe una presenza della politica ma la politica ? sorda e distante. E poi, l’informatica ? una rogna: meglio dedicarsi, come dice qualcuno, alla costruzione dei campi da golf.

Tratto da “Il Manifesto” di marted? 24 maggio 2005

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Prof. Siniscalco, rifletta

24 maggio 2005 Commenti chiusi

Tecnici e politici

I tecnici nel campo dell?economia che si pongono al servizio della politica svolgono due funzioni fondamentali. Primo, aiutano a mettere in luce i vincoli che stanno di fronte alle scelte di politica economica e a curare i dettagli permettendo che i provvedimenti siano coerenti e ben disegnati rispetto alle finalit? stabilite dalla politica. Secondo, i tecnici, in quanto vincolati a un preciso obiettivo istituzionale, come la tutela della trasparenza dei conti pubblici e il rispetto dei trattati sottoscritti dal nostro paese, possono resistere alle pressioni di breve respiro della politica, impedendo che questa conduca a scelte che si rivelerebbero incoerenti con quegli stessi obiettivi.
Nella congiuntura attuale e alla luce dello stato precario dei nostri conti pubblici, ci sarebbe davvero bisogno di persone che svolgano queste funzioni. L?ampliarsi dello spread fra Btp e Bund segnala che i mercati sentono forte il bisogno di garanzie. Ma diversi episodi fanno pensare che oggi nell?esecutivo non ci siano pi? spazi per esercitare queste funzioni. Il ministro Siniscalco, spesso si autodefinisce un tecnico. Ma oggi non ha pi? la possibilit? di decidere l?agenda di politica economica del Governo. Ha perso anche il potere di veto. Meglio forse allora avere un ministro politico che giochi allo scoperto. Almeno sarebbe direttamente responsabile di fronte agli elettori e ai mercati.

Tanti, troppi episodi

Che in questo Governo non ci sia spazio per le competenze tecniche ? dimostrato dalle tante nomine varate in questa legislatura, dai vertici della Consob, ai consiglieri Antitrust, a quelle lottizzate dei consiglieri Rai. Alcune di queste nomine sono state varate con il suggello dello stesso ministro dell?Economia. Come l?operazione che ha portato all?allontanamento di Vittorio Mincato dai vertici dell?Eni e alla costituzione di un consiglio d?amministrazione dell?azienda petrolifera in cui nessun consigliere di nomina governativa ha alcuna esperienza in tema di energia. Basta la vecchia politica per un risultato del genere: non abbiamo bisogno di un “tecnico”.
Siniscalco ha anche lasciato vacante per dieci mesi il posto di Direttore generale del Tesoro. Quando si ? deciso a trovare un sostituto, lo ha fatto consentendo che la Ragioneria generale dello Stato si privasse di una guida autorevole, in grado, anche per i rapporti di Vittorio Grilli con il Quirinale, di meglio resistere alle pressioni dei politici. Si noti che solo un mese fa Siniscalco aveva negato risolutamente la possibilit? di questo avvicendamento alla guida della Ragioneria.

Conti poco trasparenti

Siniscalco si era presentato con un?operazione verit? sui conti pubblici ed eravamo stati i primi a complimentarci con lui per questa scelta di rottura nei confronti delle pratiche del suo predecessore. Ma ha poi presentato dati incompleti nella Trimestrale di cassa, formulando per la prima volta una forchetta di stime sul deficit 2005 anzich? una stima puntuale. Per poi contraddirsi con una nuova operazione verit? nella sua audizione parlamentare della scorsa settimana, in cui ha di fatto ammesso che la forbice era solo un artificio retorico per mascherare lo sforamento del tetto del 3 per cento. Del resto, due operazioni verit? per uno stesso ministro sono troppe. Significa che a un certo punto la verit? non si ? detta. La recente bocciatura Eurostat pu? aggravare il sospetto che i conti non siano sotto controllo: era dal 1995 che il rapporto debito/ PIL non aumentava.

Nessun potere di veto

A novembre Siniscalco ha dovuto accettare, obtorto collo, una manovra di riduzione dell?Irpef che non voleva. Anche in questo caso, eravamo stati i primi a sostenerlo nel suo richiamo allo stato dei nostri conti pubblici. La resa ? stata poi su tutti i fronti: la manovra sull?Irpef non ? stata elaborata dai tecnici del ministero, ma dagli esperti economici dei partiti. Il risultato ? stata una manovra pessima, indipendentemente da ogni considerazione sulla validit? o la tempestivit? dell?intervento. Il conflitto politico tra Forza Italia, che voleva una forte riduzione delle aliquote, e An e Udc che chiedevano invece una manovra attenta alle esigenze delle famiglie, ha generato, alla fine di un lungo braccio di ferro, un improbabile connubio tra deduzioni per gli oneri familiari decrescenti nel reddito e variazioni nelle aliquote per i vari scaglioni. Con la conseguenza di dar luogo ad aliquote effettive marginali d?imposta erratiche e altalenanti, con punte elevate in corrispondenza dei livelli bassi di reddito. Un pasticcio degno di un paese sottosviluppato, piuttosto che di una moderna economia avanzata. Nessun tecnico decente (e ce ne sono molti di bravi nel ministero dell?Economia), lasciato a se stesso, avrebbe mai avvalorato un simile intervento. Con un po? d?attenzione, le stesse finalit? distributive e di gettito avrebbero potuto essere ottenute introducendo minori distorsioni nell?imposta.

Un ministro commissariato

Da ultima vi ? la previsione di un “comitato politico ristretto” che dovrebbe affiancare il ministro nel definire la copertura della manovra sull?Irap. Il comitato sar? formato da esperti economici di tutti i partiti dell?attuale maggioranza. Certo, la scelta degli interventi ? eminentemente politica. Tuttavia, la costituzione di quest?organismo ha il sapore di una messa sotto tutela politica del ministro. Speriamo che questo si limiti alla sola determinazione degli indirizzi generali degli interventi, senza sconfinare nella stesura dei dettagli degli interventi stessi. C?? il rischio che l?ingerenza della politica in questa fase produca di per s? una bassa qualit? tecnica dei provvedimenti, cos? come ? avvenuto con l?ultima riforma Irpef. Se ci? si ripetesse con l?Irap, le conseguenze sarebbero gravi. Come ricordato in recenti contributi, interventi sull?Irap, anche solo su parte della base imponibile, sono comunque destinati a generare importanti effetti redistributivi, sui prezzi, sulla traslazione dell?imposta, sulla finanza regionale, sulla coerenza del sistema tributario complessivo, che devono essere attentamente valutati per definire gli interventi appropriati di copertura. Affidare questi giudizi tecnici a un gruppo di politici interessati soltanto al proprio guadagno elettorale di breve respiro ? molto pericoloso. Ricordiamo che si tratta di interventi cospicui: fino a 15-16 miliardi di euro per il prossimo triennio.

Quindi?

Ci troviamo dunque di fronte a una situazione paradossale e inquietante. Abbiamo un ministro dell?Economia “tecnico”, che ? ora chiamato solo a coprire di fronte agli elettori e ai mercati scelte compiute da altri. Si dice che sia il predecessore di Siniscalco, Giulio Tremonti, a decidere di nuovo in via XX Settembre. Non ne sentivamo la mancanza. Ma se ? davvero lui a decidere, ? bene che lo faccia apertamente, prestandosi al vaglio degli elettori e difendendo le proprie scelte di fronte alla Commissione europea e agli investitori. E se la presenza di Siniscalco pu? servire, prima facie, a rassicurare i mercati, a questi ultimi non pu? sfuggire chi davvero tiene le redini della politica economica. Forse ? il tempo di riflettere, caro Professore.Tratto da: Lavoce.info

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CONTI PUBBLICI: ISTAT, 3,2% DEFICIT/PIL ‘03 E NEL ‘04

24 maggio 2005 Commenti chiusi

Il rapporto deficit/pil e’ stato del 3,2% nel 2003 e nel 2004: lo rende noto l’Istat nella “Revisione delle stime dell’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche per gli anni 2000-2004″, in cui replica alle richieste di informazioni sui conti pubblici avanzate nei giorni scorsi da Eurostat. In seguito alle revisioni del conto economico consolidato, che tiene conto delle decisioni Eurostat del 23 maggio 2005 e delle nuove verifiche effettuate per tutte le operazioni in discussione, spiega l’Istat, il Conto economico consolidato delle Amministrazioni pubbliche mostra per l’anno 2004 una stima dell’indebitamento netto sul Pil dello stesso valore dell’anno precedente pari al 3,2 per cento. Cosi’ l’istituto di statistica da’ una risposta “conclusiva” agli approfondimenti richiesti da Eurostat. Rispetto alla stima diffusa il 1? marzo 2005, continua l’Istat, la revisione ha inciso negativamente, in rapporto al Pil, per due decimi di punto percentuali, mentre l’impatto della revisione per il 2003 e’ stato pari allo 0,3 per cento del Pil. In valore assoluto, la nuova stima dell’indebitamento netto ammonta a 43.652 milioni di euro, rispetto a 41.755 milioni di euro del 2003. Con la revisione il saldo primario (indebitamento netto al netto della spesa per interessi) passa dal 2,1% del Pil del 2003 all’1,8 per cento del 2004. Il risparmio delle amministrazioni pubbliche, misurato dal saldo delle partite correnti, pur risultando negativo e pari a -1.097 milioni di euro, mostra un miglioramento rispetto al passivo di 6.816 milioni di euro registrato nel 2003.

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