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Archivio per aprile 2005

Suonerie: ecco chi guadagna

30 aprile 2005 Commenti chiusi

La decisione della band Le Vibrazioni di regalare le suonerie per cellulari e il Punto Settimanale sui contenuti venduti in abbonamento hanno suscitato un interesse notevole da parte dei lettori di Portel.it.



“Chi incassa i due euro chiesti per le suonerie monofoniche e polifoniche, visto che non lo fanno gli autori della musica?” la domanda piu’ frequente rivolta alla redazione.



Ecco la risposta: i soldi pagati dagli utenti al gestore di telefonia mobile vengono versati allo Stato (IVA 20%), alla SIAE (12-12,5%) e al content provider (chi vende le suonerie). La percentuale che il gestore versa al content provider (detta retrocessione) dipende dai volumi mensili di traffico che il content provider stesso riesce a garantire.



Per i player maggiori, il gestore di telefonia restituisce al content provider una percentuale tra il 27-28% (TIM) e il 50-55% (Wind), passando per il 40-45% di Vodafone. I content provider con minori volumi di traffico devono accontentarsi di retrocessioni medie del 30% da tutti gli operatori di telefonia.



I due euro pagati per la suoneria vanno dunque ad arricchire Stato (40 cent di IVA) , SIAE (circa 20 cent) , operatore di telefonia (da 1,2 a 0,7 euro) e content provider (da 20 cent a 70 cent) .



Nulla va agli autori del brano , poiche’ come spiegato da Le Vibrazioni, la Societa’ Italiana Autori ed Editori non prevede diritti sulle suonerie mono/polifoniche . In altre parole, sulle suonerie ci guadagnano tutti tranne chi quella musica l’ha scritta.



Con i cellulari di nuova generazione che supportano le suonerie in formato mp3, lo scenario puo’ cambiare.
Comprare un brano “vero” sul Web costa tra gli 80 e i 90 cent , trasferirlo sul cellulare e’ gratis . Agli autori viene riconosciuto il giusto compenso per i diritti sui brani e gli utenti spendono la meta’ per una canzone intera.


Di www.Portel.it – Il Portale della Telefonia

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Qual’? la nazione che …

21 aprile 2005 Commenti chiusi

… ha la forza lavoro tra le pi? produttive al mondo e pagata meno della media degli altri paesi?

Inviare le risposte al presidente di Confindustria, tra una Fiat da far fallire e un gara di formula 1 sar? felice di rispondervi.

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Blood, sweat and tears

20 aprile 2005 Commenti chiusi

Egregio direttore,
Ho 24 anni e sono un emigrante come tanti proveniente dal sud che lavora a Milano ormai da 4 anni. Ho cambiato decine di lavori, sono precario da anni nonostante la mia giovane et?, ho trapassato tutti i tipi di contratti: CO. CO. CO., interinale, CO. CO. PRO, etc……… Mi pu? dire secondo lei come ? possibile per un giovane crearsi un futuro con un mondo del lavoro cos? precario??? Fortunatamente, il giorno dopo guardo di nuovo Vespa, c’? Prodi, e dice che se l’unione andr? al governo, la Legge Biagi verr? sicuramente cambiata. Volevo un suo parere a proposito, per me ? importante, perch? oramai mi sono rassegnato, come tanti, a essere un precario a vita!!!!
Raffaele da Scafati.

Raffaele, vorrei poterle dire che un governo della sinistra risolverebbe il dramma della precariet?, ma temo che neppure loro abbiano la bacchetta magica. Ci attendono anni duri e tutto quello che pretendo da un nuovo governo ? che almeno non ci prenda per il fondo dei calzoni, ci tratti da adulti, non da bambini idioti, e ci dica la verit? sulle condizioni reali del Paese, che tutti, e i precari in particolare, conoscono benissimo e vivono ogni giorno. Se potessi dare consigli all’opposizione, vorrei che ci promettessero lacrime, sudore e sangue, come disse Churchill, per rimettere l’Italia deragliata da prestigiatori disonesti, in viaggio e trovare un posto sul treno anche per i giovani come lei.
Tratto da “Lettere al direttore” del sito del quotidiano “La Repubblica”.

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E dopo Rat-man …

19 aprile 2005 Commenti chiusi

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La ricerca perduta delle imprese italiane

17 aprile 2005 Commenti chiusi

In rapporto alla ricchezza prodotta, le imprese italiane spendono in attivit? di ricerca e sviluppo uno striminzito 0,6% del pil, meno di un quinto di quanto fanno le imprese svedesi, fra un quarto e un terzo rispetto a quanto avviene in Usa e Giappone, meno della met? rispetto a Regno unito, Francia e Germania. Contando anche la ricerca pubblica (non certo fiorente) si arriva all’1,1% del pil. In Europa siamo agli ultimi posti negli investimenti in ricerca: precediamo Grecia e Portogallo, siamo alla pari con la Spagna, ma siamo anche dietro ad alcuni dei paesi nuovi entrati come Slovenia e Repubblica Ceca. Per ogni euro di spesa pubblica in ricerca, le imprese svedesi ne spendono 3,3, quelle di Usa e Giappone poco meno di tre euro, quelle tedesche 2,2, ma quelle italiane uno solo. La differenza rispetto al resto dell’Ue la fa soprattutto la spesa del settore privato, e in particolare quella delle imprese pi? grandi, che non ritengono strategico puntare su ricerca e innovazione.

Miopia? Incapacit?? E certo che le imprese continuano a essere la parte meno capitalistica dell’economia italiana.Tratto da “Il Manifesto” di gioved? 15 aprile 2005

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Mediaset ricompra Mediaset

17 aprile 2005 Commenti chiusi

Berlusconi
Dopo la vendita del 17%, la societ? del premier il 27 aprile riacquister? il 6% di azioni

ALLEGRA RIZZOLI

?Sono pronto a cedere la maggioranza di Mediaset, si potr? realizzare in poco tempo, purch? non siano artatamente creati nuovi ostacoli?. Era il 13 giugno `95 e, a parlare, era Silvio Berlusconi che tentava di difendersi da chi lo definiva incompatibile con la carica di premier, perch? patron di un impero televisivo. Dieci anni dopo se ne discute ancora, all’indomani di un’operazione finanziaria dal sapore politico, che il Cavaliere ha intrapreso sicuro del fatto suo. Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi, ha appena ceduto sul mercato, seguendo le modalit? di un Accelerated book building (collocamento veloce), il 16,68% di Mediaset scendendo al 34,22% nel capitale del colosso Tv. Fininvest ha venduto 197 milioni di titoli tra il 13 e il 14 aprile incassando 2,08 miliardi di euro e consegnando agli azionisti 1,8 miliardi di plusvalenza lorda, in realt? netta considerato che non vi sar? alcun impatto fiscale. Teoricamente ora la societ? ? contendibile, ossia obiettivo di una potenziale scalata ostile, ma nei fatti il timone resta saldo nelle mani dell’uomo di Arcore. E non solo per quel 34,22% ancora nelle casse del Biscione: a fine mese il premier avr? modo di mettere al sicuro un altro pezzettino del primo gruppo televisivo privato italiano. Il 27 aprile Mediaset chieder? infatti all’assemblea degli azionisti (convocata per l’approvazione del bilancio 2004) la delega per acquistare sul mercato 70 milioni di azioni proprie. Ci? significa che, una volta concluso quello che in gergo finanziario si chiama buy back (cio? il riacquisto di azioni proprie), Mediaset iscriver? a bilancio circa il 6% del proprio capitale. Ma il Codice Civile prevede che i diritti di voto che fanno capo a queste azioni non possano essere esercitati da nessuno: in altre parole sarebbe come sterilizzare il 6% della societ? televisiva. Fatto 100 il capitale e tolto ci? che a fine anno potrebbe essere nel portafoglio del gruppo Tv, i diritti di voto potranno essere esercitati solo sul 94%. Insomma, ? come se Fininvest controllasse il 34,22% del 94%, ossia il 36,4% del totale. In parole povere, restringendo una torta, aumenta il potere di chi ne possiede la fetta pi? grossa. Cos?, senza sborsare un euro, Berlusconi recupererebbe circa un 2,2% dell’intero capitale della societ?. Una quota che sul mercato, al momento, ha un valore di circa 275 milioni. Magie della finanza, ben descritte dal registra Norman Jewison nei ?Soldi degli Altri?. Ci lucrava, sui soldi degli altri, un affarista basso, pelato e con una spiccata predisposizione per gli affari. Era, ovviamente, Danny de Vito.

Per tornare al Biscione, anche se il buon de Vito ha origini italiane, nel bilancio 2004 Mediaset precisa che la richiesta di autorizzazione per il riacquisto di azioni proprie ha come finalit? quella di avere completa libert? di manovra nel caso in cui ci sia la necessit? di intervenire sul mercato per stabilizzare il corso del titolo in borsa. Niente di male. Anzi, per il premier potrebbe rivelarsi doppiamente utile considerato che Piazza Affari, preoccupata per i possibili mutamenti di scenario politico, prevede tempi incerti per il gruppo televisivo. Una domanda strettamente finanziaria: il Cavaliere pu? considerarsi soddisfatto di come si ? chiusa l’operazione? Forse non del tutto. Il premier deve aver storto il naso di fronte all’esito dell’Accelerated book building. La banca d’affari, JP Morgan, aveva promesso di piazzare i titoli a un prezzo tra i 10,7 e i 10,9 euro. Alla fine Berlusconi si ? dovuto ?accontentare? del 3,2% in meno, ma soprattutto ha trovato estremamente freddo il mercato italiano. Pare che per chiudere l’operazione siano stati sollecitati parecchi amici all’estero al punto che quasi l’intero pacchetto collocato (15%) ? finito nei portafogli di investitori non italiani. Ora ben il 49% di Mediaset ? in mano a fondi internazionali.

Infine, un ultimo quesito. Riguardo alle manovre di buy back, la nuova normativa contabile europe Ias-Ifrs (che entrer? in vigore quest’anno creando non pochi problemi a parecchie societ? quotate italiane, non ultima Fiat) impone di sottrarre dal valore del patrimonio netto le azioni proprie in portafoglio. Mediaset ne possiede gi? 17,2 milioni, se a queste si aggiungono gli altri 70 milioni di pezzi che potrebbero essere acquistati dopo l’assemblea del 27 aprile, il totale in cassa andrebbe a sfiorare 90 milioni di titoli. Solo per i 70 milioni di azioni, nel bilancio 2005 il gruppo dovrebbe togliere dal patrimonio netto un valore non distante dai 700 milioni. Per una societ? come Mediaset, che in Borsa capitalizza 12,3 miliardi, non ? poco.

Tratto da “Il Manifesto” di venerd? 16 aprile 2005

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Il Cavaliere a scuola di Costituzione

17 aprile 2005 Commenti chiusi

di Sabino Cassese

Di che cosa ha paura il presidente del Consiglio dei ministri? Perch? vorrebbe solo un reshuffling (all’inglese) del governo ed ? restio ad accettare un maxirimpasto, una crisi pilotata, o, peggio ancora, una crisi? Non ? solo l’esito incerto di queste procedure che lo preoccupa. ? anche il fatto che esse mettono in dubbio l’immagine del suo potere che l’uomo si ? costruito addosso in tutti questi anni. Prima una campagna elettorale molto personalizzata. Poi l’indicazione sulla scheda elettorale del nome del futuro presidente del Consiglio dei ministri. Successivamente la continua critica della prima Repubblica e del ?teatrino della politica?, l’uso del rapporto diretto, per via televisiva, con l’elettorato, persino il mutamento della denominazione (il presidente del Consiglio dei ministri chiamato ?premier?).
Tutto questo per sottolineare tre mutamenti istituzionali: il potere governativo ? impersonato dal ?premier?; la maggioranza parlamentare ? un mero tramite per trasmettere l’investitura popolare al ?premier? (se non dovesse anche approvare le leggi, potrebbe seguire la sorte dei grandi elettori del presidente americano); il sistema di pesi e contrappesi – in particolare i poteri ?neutrali? – non pu? interferire con le scelte dell’uomo prescelto e investito dal popolo. Tutto questo si sta rivelando un castello di carta.

La conclusione della direzione dell’Udc ?invita il segretario ad adoperarsi per la costituzione di un nuovo governo della Cdl, presieduto da Silvio Berlusconi?. Dunque, non ? quest’ultimo che d? legittimazione all’Udc, bens? l’Udc che ?si adopera? per investirlo del suo ruolo. Il decreto legge sulla competitivit? ? rallentato da un migliaio di emendamenti parlamentari, molti della maggioranza, anzi una cinquantina dei ministri stessi che l’hanno approvato collegialmente un mese fa. Il rimpasto (o maxirimpasto, o crisi pilotata, o crisi) pu? finire nelle mani del regista delle crisi, che ?, in base alla Costituzione, il presidente della Repubblica. Se, infine, tutta la vicenda si conclude solo con un rimpasto, ? evidente che il presidente del Consiglio dei ministri deve abituarsi alla guerriglia interna.

Ce n’? abbastanza per fornire elementi di frustrazione a chi aveva cos? accuratamente costruito un’altra immagine del suo potere e delle istituzioni. Intanto che il presidente del Consiglio riapre gli occhi sulla vigente Costituzione, mi pare che da questo risveglio possano trarsi alcune lezioni. La prima riguarda l’utilit? dei poteri divisi. Un potere sempre protagonista, insofferente di critica, non abituato a render conto se non ogni quinquennio e soltanto al popolo, corre il rischio di divenire – come dicono gli americani – ?arbitrary and capricious?. La seconda lezione riguarda l’Udc. Questo partito ha fatto capire, dopo qualche anno, che siamo in una Repubblica parlamentare. Non disperda ora, questo piccolo patrimonio. Lo consolidi chiedendo che la discussione continui e si concluda in Parlamento. E lasci cadere una riforma costituzionale che va in direzione opposta a quella che l’Udc stessa ha ora preso. La terza lezione dovrebbe tirarla il centrosinistra. Ha avuto un assegno in bianco dal Paese, al quale si ? presentato senza un programma. Pu? continuare con il piccolo cabotaggio. Dovrebbe, invece, trarre le conseguenze istituzionali di questo conflitto tra due Costituzioni, una scritta e una immaginata, e chiedersi se una riforma costituzionale in grado di assicurare efficienza e garanzie non sia, a questo punto, necessaria. E, poi, ci dia un programma.Tratto dal Corriere della Sera del 17 aprile 2005

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