Il furto vero ? quello che praticano le case di musica e film, usando le nuove tecnologie per sottrarre al patrimonio comune le opere intellettuali, per l’eternit?. L’obiettivo ? costringerci a ricomprare ogni tot anni le stesse opere su supporti diversi
Censura moralistica e pubblicit? obbligatoria.
L’America di Bush si rispecchia nelle nuove leggi sul copyright: autori (sulla tutela dell’integrit? dell’opera) e pubblico (sulla riproduzione digitale) vengono espropriati a vantaggio delle corporation
FRANCO CARLINI
Il record della legge pi? liberticida attualmente in discussione al parlamento americano va senza dubbio al ?Piracy Deterrence and Education Act? (in sigla HR4077). Il titolo dice tutto: ? l’ultimo progetto di legge in tema copyright che si ? affacciato davanti al legislatore statunitense e che rischia seriamente di essere approvato in fretta e furia da una maggioranza bipartisan, nella presente sessione. Non ? l’unica legge del genere, c’? anche in discussione il Intellectual Property Protection Act (HR2391), ed ? in vigore da tempo il clintoniano Dmca (Digital Millennium Copyright Act) a tutela delle case musicali e delle mayor di Hollywood, ma certamente questo ? di tutti il pi? micidiale. In questa legge cambia violentemente la descrizione stessa del reato: compro un brano musicale legalmente, scaricandolo da uno dei servizi di musica a pagamento; in precedenza il reato di violazione del copyright si concretizzava solo se passavo quel materiale ad altri; alcuni anzi sostenevano che il reato c’era solo se quella cessione avveniva per fini di lucro (in pratica una rivendita, come quella degli ambulanti di strada). Si dava anche per scontato che di un oggetto comprato ognuno potesse fare quello che credeva, essendo ormai suo. C’era un diritto ?del primo acquisto? e una pratica consolidata del ?fair use?, dell’uso consentito.
Invece secondo questa legge folle il reato gi? si concretizza nel momento in cui io lasci quel mio brano, di cui ho il legale possesso, in un computer in rete, aperto agli accessi altrui. Dunque si punisce addirittura (fino a 3 anni) l’eventualit?, anche non dolosa. Si penalizza l’apparato tecnico e non il suo uso illecito: se valesse in generale questo principio, allora, coerentemente, dovrebbe essere vietata la detenzione delle armi da fuoco, dato che possono essere usate per commettere reati, anche assai gravi. Ma non solo di questo si tratta: ? anche severamente vietato (e perci? punito) entrare nei cinematografi con una videocamera e dal buio della poltrona registrare spezzoni di film. Questo fenomeno che produce copie scadentissime ? del tutto limitato e non reca evidentemente danno alcuno alle case cinematografiche; la sua sanzione ? dunque soprattutto simbolica quanto severa.
Guai poi ad alterare con tagli o manomissioni le opere cinematografiche. Ma con una eccezione tuttavia, che d? il senso profondo della regressione in atto: possono essere tagliate le scene violente o di sesso, ovvero i cosiddetti ?contenuti discutibili?. Questa ? una pratica che alcune aziende di noleggio dei film hanno messo in atto da tempo, per venire incontro alla loro clientela pi? puritana: tagliano le scene e noleggiano le cassette ripulite. Alla obiezione dei registi, che poi sarebbero i titolari del loro bravo diritto d’autore, la nuova legge risponde che quel diritto non ? pi? tale. Ma attenzione, perch? c’? un’eccezione all’eccezione: i tagli censori sono ammessi per motivi morali, ma non ? invece permesso usare software o altri apparati che ?saltino? gli annunci promozionali o commerciali associati ai Dvd. Anche questa ? una solenne dichiarazione dei valori dell’elettorato di George W. Bush: moralit? e business, in piena sintonia tra di loro e in pieno contrasto con gli altri diritti. Ma quanto vale l’industria del copyright negli Stati Uniti? L’ufficio del bilancio del Congresso Usa ha offerto al legislatore nello scorso agosto un’analisi accurata, di modo che esso avesse un quadro preciso della situazione e potesse valutare i pro e i contro dio ogni soluzione. Il rapporto si intitola ?Copyright Issues in Digital Media? (www.cbo.gov/showdoc.cfm?index=5738&sequence=0) e valuta in 441 miliardi di dollari il giro d’affari, ma solo una piccola quota corrisponde alle industrie pi? vocianti: la musica (editoria e registrazione) rappresenta solo il 3,15% del totale e quanto a Hollywood, si tratta del 14%. Messe insieme fanno meno di un quinto, il resto essendo rappresentato dalla stampa e dai libri (32,5%), da radio e tv (30,13%) e dal software (20,25%). Appoggio entusiasta alla legge ? venuto dall’associazione industriale della musica (Riaa) e da quella dei film (Mpaa). Proprio quest’ultima nelle settimane pi? recenti ha deciso di muoversi sulla strada della prima: denunce penali ai detentori di copie non autorizzate dei film. La Riaa, per parte sua rivela trionfante di avere denunciato 6.952 scambiatori di file, dal settembre 2003 a oggi, di cui 761 nell’ultima settimana: ma si tratta evidentemente di una minuscola gocciolina e infatti la filosofia ? quella del colpirne uno per educarne cento.
Analogo spirito sembra muovere la Federazione dell’Industria Musicale Italiana (Fimi) la quale nei giorni scorsi ha polemizzato con il senatore verde Fiorello Cortiana; questi aveva pubblicamente denunciato che l’orribile decreto Urbani, del quale il ministro aveva promesso una rapida correzione, della quale non c’? traccia n? forse speranza alcuna. Chiamando i lobbisti con il loro nome, Cortiana aveva denunciato ?le pressioni di chi, come la Fimi o i produttori cinematografici, vuole ed esige che un ragazzo che scambia un file sia sanzionato come il camorrista che smercia film pirata per milioni di euro, con quattro anni di carcere?.
Come risponde la Fimi, per bocca del suo nuovo responsabile delle relazioni esterne? Che il senatore non ha voluto nemmeno discutere le loro ?soluzioni di compromesso?. Peccato che il compromesso gi? ci fosse, annunciato dal governo e approvato da una maggioranza trasversale a tutti i gruppi: ? semmai la Fimi che dopo quell’annuncio si ? data molto da fare per bloccarlo, purtroppo finora con successo.
La cosa pi? curiosa ? che nessuno crede seriamente che il problema sia quello dei ragazzini che fanno download. Tutti sono consapevoli che la filiera della musica cos? com’era fino a cinque anni fa, ? stata strapazzata (?scrambled? come le uova) dalle tecnologie digitali. La frittata ? un fenomeno fisico irreversibile, in base al secondo principio della termodinamica: l’entropia ? cresciuta e non si pu? tornare alle uova di partenza. Sanno anche (la Fimi lo scrive a ogni passo) che un mercato della musica digitale a pagamento (equo) ? possibile e gi? funziona, ma lo intendono a modo loro, e cio? dotando ogni pezzo musicale oppure ogni film di un codice protettivo che permetta (a loro) la gestione dei (loro) diritti: sono le tecniche dette di Digital Rights Management. In questo modo un brano legalmente acquistato sar? protetto per l’eternit?, e dunque anche quelli di cui sia scaduto il copyright, che ormai dovrebbero essere nel pubblico dominio. Affermando che vogliono difendere il copyright, in realt? operano alacremente per abolirne definitivamente l’idea stessa, che ? quella di un monopolio temporaneo sulla riproduzione in copia.
Detta in termini ancora pi? netti: sono oggi le aziende della musica e del cinema che manipolano la legge con le tecnologie, di fatto sottraendo alla comunit? quei beni che le leggi di tutti i paesi considerano patrimonio culturale comune.
La loro replica, cortesemente ricevuta, suona cos?: scaduto il copyright, sarete liberi (se non voi, i vostri pronipoti, vista la durata del copyright) di togliere la protezione ai Cd o Dvd. Ma come, se gli apparati e i software per farlo sono gi? ora dichiarati fuori legge? E come se i codici sono segreti e la loro semplice divulgazione in riviste e congressi ? bloccata persino dall’Fbi? E ancora: poich? la tecnologie cambiano, chi mi garantisce che tra 50 o 70 anni ci saranno ancora hardware e software per farlo?
Ovviamente sanno benissimo che non lo faremo e dunque dopo aver acquistato un brano di musica in vinile, poi sui Cd, ora sui Dvd e infine come file Mp3, dovremo riacquistarli diverse altre volte, se ancora vorremo continuare ad ascoltarlo (noi e i nostri pronipoti). Altrettanto ovviamente i sistemi di protezione potrebbero benissimo essere progettati con la data di scadenza incorporata e automatica, ma nessuno sembra preoccuparsene.
Tratto da “Il Manifesto” di domenica 21 novembre 2004
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