Il lato oscuro dei padri pellegrini
La difesa della repubblica americana in nome di una libert? regolata dai princip? del libero mercato. E un attivismo teso a consolidare l’alleanza tra fondamentalismo religioso e individualismo proprietario in vista di una ?massificazione culturale? che abbia come asse la critica alla ?societ? edonistica?
Alcuni elementi per costruire una mappa filosofica e politica della destra neoconservatrice statunitense.
Dal superamento delle correnti ?tradizionalista?, ?anarco-capitalista? e ?isolazionalista? alla definizione di una visione imperiale del mondo da affermare con il ricorso a una pura politica di potenza
CARLO ALTINI
Terminata l’onda emotiva che ha accompagnato le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, ? giunto il momento di tracciare una mappa filosofico-politica sulle diverse destre americane, indispensabile operazione per poter avviarne un’analisi di lungo periodo che non si limiti alle questioni legate alla recente cronaca. Il primo elemento da cui partire ? la constatazione del fatto che la destra americana, oggi culturalmente egemonica dopo il grido di allarme contro il relativismo culturale lanciato da Allan Bloom con The Closing of the American Mind (1987), ? composta da una pluralit? di tendenze contraddittorie. Un altro fattore di cui fare tesoro ? la sconfitta della sua componente ?tradizionalista?: nella discussione pubblica della destra americana contemporanea ci sono infatti tracce sempre pi? labili del suo tradizionale appello a ?misura e moderazione?, n? della sua vocazione isolazionista.
All’opposto, sono invece predominanti una marcata vocazione ideologica, una spinta verso l’omogeneizzazione politico-culturale del mondo globale e la metafisica del progresso capitalistico che, nel passato, tanto ?orrore? aveva suscitato nei conservatori classici, ispirati da un concetto di ordine politico fondato sul rispetto della ?variet?? della tradizione locali. Anche per la variante ?libertaria? non ? andata meglio: eccetto che per il dominio del libero mercato, ? stato sconfitto il suo concetto-chiave, lo stato minimo in politica economica, culturale ed estera. Maggiore fortuna ha avuto invece il fondamentalismo religioso della New Right di Pat Buchanan e Jerry Falwell, che ha visto affermarsi orientamenti quali il millenarismo, il populismo e il militarismo. Dunque sono proprio i neoconservatori del Project for the New American Century (alleati con la destra repubblicana di Cheney e Rumsfeld, ma ?nemici? delle tradizionali correnti moderate del partito repubblicano) ad essere coloro che hanno tratto i maggiori vantaggi dalla riorganizzazione interna della destra americana.
La destra plurale
Questi sono tuttavia elementi noti al lettore de il manifesto. Per avere una visione aggiornata delle coordinate politico-filosofiche del neoconservatorismo, conviene allora circoscrivere alcuni elementi teorici, lasciando da parte quelle posizioni di destra definite spesso in termini di ?spazzatura culturale? (movimenti razzisti, fascisti e antisemiti) e le derive religiose fondamentaliste. Malgrado questa limitazione dell’analisi, rimane comunque sul terreno una variet? di orientamenti, che sconfina in una notevole disomogeneit? (ben rappresentata dall’?ecumenismo? della National Review di William Buckley): infatti ? difficile, se non impossibile, tenere insieme virt? repubblicane e teorie dello stato minimo, tradizionalismo e capitalismo, aristocraticismo e ruralismo, anticomunismo ?internazionalista? e isolazionismo. Queste contraddizioni sono ben rappresentate dall’anima ?plurale? della Old Right, divisa nel secondo dopoguerra tra tradizionalisti etico-sociali (Russell Kirk), libertari isolazionisti (Frank Chodorov) e ?fusionisti? (Frank Meyer).
Tre tendenze, quest’ultime, oramai minoritarie, ma che hanno comunque conosciuto aggiornamenti che hanno contribuito a quell’occupazione della scena pubblica che ha contraddistinto l’opera della destra ?culturale? statunitense. Negli ultimi decenni l’eredit? libertaria della Old Right ? stata, ad esempio, rielaborata soprattutto da Murray Rothbard, mentre quella tradizionalista ? stata recuperata da Paul Gottfried e Claes Ryn (critici radicali degli straussiani e della deriva antistoricistica della destra americana contemporanea).
A partire dai contributi del tradizionalismo (? la Burke), Gottfried e Ryn sono accomunati da una rivalutazione del senso storico e della ?coscienza storica? in chiave idealistica. Gottfried (The Search for Historical Meaning; The Conservative Movement; After Liberalism) intende recuperare il conservatorismo moderato di Hegel, sganciandolo cos? dal monopolio del marxismo critico e dialettico, per recuperare cos? la dimensione profondamente teoretica del conservatorismo politico: in particolare, lo scopo ? quello di procedere alla reinterpetazione del concetto hegeliano di dialettica, sottolineandone gli elementi di ?sintesi?. Gottfried insiste allora sullo stretto legame etico ed epistemologico tra coscienza storica e pensiero conservatore interpretando la mediazione hegeliana come elemento distintivo del carattere ?cumulativo? e ?continuistico? della civilt? occidentale. Attraverso il recupero di Benedetto Croce e Irving Babbitt, e riaffermando la centralit? della dimensione etica, Ryn (Democracy and the Ethical Life; New Jacobinism; America the Virtuous) intende invece ridefinire il concetto di storicismo, nella sua capacit? di ?cogliere l’universale come potenzialit? immanente nella storia?, allo scopo di superare il ?relativismo individualistico?, considerato da questo studioso la malattia mortale della societ? contemporanea. Attraverso la ridefinizione di uno storicismo fondato su un ordine morale trascendente e universale, Ryn intende cos? ricomporre democrazia e ?vita buona?, allo scopo di abbandonare tanto il ?razionalismo intellettualistico? quanto lo ?storicismo relativistico?. In questa prospettiva, pur mantenendo le proprie caratteristiche di principio etico universale, il diritto naturale manifesta cos? la propria concretezza in azioni morali storiche.
Il libertarismo anarco-capitalista di Rothbard (L’etica della libert?; La libert? dei libertari) trova espressione nel Libertarian Party fondato da David Nolan nel 1971 e nell’Americans for Tax Reform fondato da Grover Norquist nel 1985. L’anarco-capitalismo si fonda su alcuni princ?pi elementari: individualismo, economia di mercato, libera concorrenza, radicale limitazione degli interventi governativi nella vita dei cittadini, rifiuto del welfare e di ogni forma di pianificazione regolativa, difesa assoluta della libert?, dei diritti e della propriet? privata, isolazionismo e anti-interventismo. Proprio perch? ? impossibile concepire un’azione politica non coercitiva, tutte le funzioni tradizionalmente affidate allo Stato (non ?solo? istruzione, trasporti e ricerca scientifica, ma anche sicurezza, giustizia e difesa) devono essere dunque lasciate all’iniziativa privata, cos? che lo stato monopolistico, oppressivo e inefficiente possa lasciare spazio al sorgere di piccole comunit? spontanee e autogestite.
E tuttavia, nonostante il lavoro di revisione a cui sono state sottoposte, queste due tradizionali correnti antagonistiche della destra americana soano ormai del tutto minoritarie (soprattutto la versione tradizionalista), nella lotta per il predominio politico-culturale. Infatti, all’interno della destra americana oggi non rivestono tanto un ruolo determinante gli allievi di Leo Strauss (come molta pubblicistica vorrebbe far credere, esaltando il ruolo politico svolto dal filosofo ebreo tedesco nella formazione del neoconservatorismo), quanto la New Right e i neoconservatori.
Le regole della libert?
Un discorso a parte andrebbe inoltre fatto per la filosofia sociale (il cui principale esponente ?politico? ? oggi Michael Novak, vicino ai neocons) e per la sua insistenza sul concetto di ?libert? regolata? che deve condurre a una vita sociale ?ragionata? in grado di fondare le ragioni morali del capitalismo.
Per tornare ai cosiddetti ?straussiani?, si pu? tranquillamente affermare che si sono confrontati soprattutto sullo statuto teorico del conservatorismo, occupandosi di storiografia politica, con particolare riferimento agli scritti dei Founding Fathers e al dibattito sui Federalist Papers. All’interno delle differenti ?scuole? straussiane, la separazione pi? netta si ? verificata tra Harry Jaffa, Walter Berns e Thomas Pangle intorno al rapporto tra diritto naturale, virt? e costituzionalismo. Agli occhi di Berns (The First Amendment and the Future of American Democracy; Taking the Constitution Seriously) e, soprattutto, di Jaffa (The American Conservatism and the American Founding; The New Birth of Freedom), i redattori della Costituzione, nel loro richiamo a dio e alla legge naturale, non guardarono solo a Locke, ma anche e soprattutto ad Aristotele, cos? che la loro concezione dei diritti non pu? essere disgiunta da quella di virt?, vero fondamento del repubblicanesimo e del federalismo: nella sua ispirazione ai criteri della legge naturale classica la costituzione americana non pu? essere interpretata come un documento semplicemente ?legalistico? a protezione delle libert? delle piccole comunit?, ma come strumento per la fondazione di una repubblica virtuosa e ben ordinata (e quindi in qualche modo ?centralizzata?).
L’interpretazione esattamente contraria viene invece fornita da Pangle (The Spirit of Modern Republicanism; The Learning of Liberty). Sulla scorta degli insegnamenti di Hobbes e Locke, la dottrina del diritto naturale contenuta nella Dichiarazione spinge verso la creazione di una forma di governo che renda possibile garantire i diritti degli individui, la cui difesa ? dipesa dall’abilit? dei Founding Fathers di disegnare un sistema costituzionale all’interno del quale le differenze morali non avessero rilevanza politica: il carattere antitradizionale della Dichiarazione ? dunque la pi? coerente espressione della filosofia politica moderna (i cui limiti sono stati sottolineati da Strauss, che da questo punto di vista esprimerebbe dunque un moderato ?antiamericanismo?).
I neoconservatori rappresentano invece, dall’inizio degli anni Settanta, la novit? pi? radicale nel panorama della destra americana. Pur nelle differenze presenti tra i principali esponenti di questo movimento (gli ormai famigerati Francis Fukuyama, Robert Kagan, William Kristol, Michael Ledeen, Paul Wolfowitz ed altri, oltre al fondatore Irving Kristol e ai suoi sodali Daniel Bell, Jeane Kirkpatrick e Norman Podhoretz), ? necessario sottolineare l’interpretazione ?innovativa? della natura del mondo post-1989 che i neocons hanno elaborato rispetto alla tradizione conservatrice.
In primo luogo, si tratta di una politica estera ?rivoluzionaria? e antiromantica, fondata su una radicale sfiducia nel razionalismo e su una concezione attivistica del mutamento e del globalismo politico, del tutto aliena alla tradizione del realismo politico e al tradizionalismo Old Right. Infatti, solo durante la guerra fredda, con l’anticomunismo interventista ? la Burnham, era emersa una visione planetaria della politica americana, i cui caratteri non erano comunque univocamente internazionalisti. Un altro aspetto che contraddistingue i neocons rispetto ai conservatori ?classici? consiste nel fatto che essi non rifiutano l’etichetta di ?ideologi? ma, al contrario, se ne appropriano perch? considerano le loro teorie ?utopiche? non strettamente legate all’emergenza politica, ma a una profonda riflessione teorica sull’epoca globale, caratterizzata dalla crisi istituzionale e morale delle democrazie occidentali, causata soprattutto dal cortocircuito tra individualismo proprietario e massificazione culturale (da notare che sul tema della crisi morale della societ? edonistica e materialistica si sono stabilite le alleanze dei neocons con i movimenti fondamentalisti cristiani).
Politica di potenza
L’ideologia neocons non ? per? solo relativa alla politica estera. Proprio perch? le origini di alcuni neocons affondano nel terreno della cultura liberal (in alcuni casi anche nel trotzkismo), non ? del tutto estraneo ai loro programmi l’intervento del governo in materia di politiche economiche di investimento (ma non di politiche redistributive, se non in vista di un welfare ?moderato? che possa contribuire alla stabilit? morale della societ? americana). I neocons scompaginano dunque il panorama del tradizionale conservatorismo americano negando la centralit? della tradizione socio-culturale, della moderazione politica, del federalismo e dell’isolazionismo. Al contrario, essi fondono due elementi minoritari nella tradizione di destra (il darwinismo sociale e l’interventismo ?internazionalista?) con un elemento che ne ? stato invece spesso estraneo, la concezione ?attivistica? dell’ideologia intesa come elaborazione di una concezione del mondo imperiale e ?progressiva?, da forgiare attraverso metodi ?rivoluzionari? e con il ricorso a una pura politica di potenza.
A questo punto, conviene per? chiedersi se il conservatorismo, inteso nella sua ?essenza? come atteggiamento culturale nei confronti del ?mondo?, non sia in qualche modo un-American. Da un punto di vista filosofico, l’errore ?tipico? del conservatore consiste infatti nel nascondere che il rispetto della tradizione attualmente vigente non sarebbe stato consentito dal conservatorismo, cio? senza discontinuit? all’interno della tradizione stessa. Ma gli Stati uniti sono nati attraverso una rivoluzione che opponeva i conservatori, che sostenevano ?trono e altare?, ai liberali, che invece reclamavano il ruolo politico dei diritti individuali e della sovranit? popolare come limite del potere e fonte del diritto. Oggi quel conservatorismo ?europeo? (fondato su retaggi della tradizione feudale) non ha pi? rilevanza politica, mentre quel liberalismo di fine Settecento dovrebbe costituire il sostrato comune con cui dovrebbero identificarsi non solo i progressisti, ma anche i conservatori, all’interno dei quali, non a caso, milita un gruppo il cui nome ? Daughters of the American Revolution.
Tratto da “Il Manifesto” di marted? 23 novembre 2004
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