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Archivio per ottobre 2004

?Non sono d’accordo con Ciampi?

29 ottobre 2004 Commenti chiusi

Non sono molto d?accordo con il nostro caro Presidente Ciampi riguardo le dichiarazioni sull?abbreviare i tempi per ottenere la cittadinanza italiana. Secondo me anche qui in Italia dovremo dare la cittadinanza italiana dopo sei generazioni di residenza, come in Svizzera.
La forte immigrazione tra pochi anni ci dar? un numero elevatissimo di cittadini italiani acquisiti, che per ricreare da noi i loro paesi di origine, in maniera del tutto regolare e tramite votazioni, faranno degli stravolgimenti importanti ed in qualche caso intollerabili per la nostra cultura. Ci? potrebbe portare al malcontento di chi in Italia non c?? solo di passaggio, ma nel peggiore dei casi ad una guerra civile.

Matteo Pretto
Tratto da “Il Giornale di Vicenza” di venerd? 29 ottobre 2004

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Resti sempre un cococ?

28 ottobre 2004 Commenti chiusi

Antonio Sciotto
E’ passato un anno dall’approvazione della legge 30 (e del decreto attuativo 276) e si fanno i primi bilanci sui co.co.co.; secondo l’?indagine nazionale svolta dalla Cgil (centro studi Ires e Nidil), ben poco ? cambiato per i collaboratori: nessuna stabilizzazione e ?scrematura delle posizioni spurie?, come pomposamente propaganda il governo, ma la sostanziale permanenza nell’universo precario. Del campione di 550 lavoratori intervistati, pochi sembrano destinati all’agognato posto fisso: oltre il 44% non ha avuto ancora nessuna proposta sul proprio futuro – a dimostrare la difficolt? delle aziende ad applicare la maldestrissima legge – mentre, tra quelli che hanno cambiato contratto, solo l’11% ha ottenuto un impiego da dipendente e oltre il 60% ? diventato cocopr? (collaboratore a progetto). Tra coloro che sono in procinto di firmare un nuovo contratto, invece, solo un misero 4% ha ricevuto la proposta di un posto da subordinato, il 30% si ? visto prospettare un cocopr?, il 9% una partita Iva, e un 5% ha ricevuto il benservito: non ci servi pi?, non avrai nessun tipo di contratto. L’identikit del collaboratore rimane quello di sempre: di fatto, un dipendente mascherato, tanto per consentire congrui risparmi alle aziende (un collaboratore viene retribuito dal 40 al 50% in meno rispetto a un dipendente). Oltre la met? ha tra i 30 e i 39 anni, l’et? media ? di 33 anni; il 59% sono donne. Il 78,8% ha un unico datore di lavoro, l’82,8% lavora nella sede dell’azienda, al 63,7% viene richiesta la presenza quotidiana. Il 40% ha un orario di lavoro standard (tra le 36 e le 40 ore), il 15% oltre le 40 ore. Il 75,5% viene pagato mensilmente, il 67,3% sulla base di un compenso fisso. Un quarto del campione lavora con lo stesso committente da 2 a 4 anni, il 20% da oltre 4. E s?, veri e propri dipendenti mascherati.

Retribuzioni basse: il 44% dei collaboratori percepisce dagli 800 ai 1200 euro mensili, il 25% da 400 a 800 euro, il 7,7% addirittura sotto i 400 euro. E’ chiaro che con cifre cos? non si arriva a fine mese, e dunque si spiegano tanti ?Peter Pan?: solo il 38% degli intervistati si definisce autonomo economicamente, mentre il 34% sopravvive grazie all’aiuto della famiglia e il 28% per la condivisione delle spese con il partner. Disperante il capitolo pensione: la Cgil calcola che sar? pi? bassa degli attuali assegni sociali e pari al 60% di quella di un lavoratore dipendente (una simulazione per versamenti pari a 37 anni e attualizzata al valore del denaro del 2004 mostra che a fronte di 12.548 euro annuali di un dipendente, un collaboratore percepir? 7.150 euro).

Il 62% degli intervistati si dichiara insoddisfatto della propria condizione, mentre un buon 40% chiede ai sindacati di battersi per ottenere stabilit?, insomma il riconoscimento di un lavoro da dipendente. Lo stesso 40% (messaggio per la Gad, se andr? al governo) chiede alla politica di incentivare contratti stabili. Segnali che la Cgil cerca di intercettare: secondo il segretario confederale Fulvio Fammoni ?l’indagine conferma che i trionfalismi del governo sulla legge 30 sono fuori luogo?. ?La legge 30 – continua Fammoni – ? sbagliata, spinge soltanto verso un risparmio a scapito dei lavoratori, favorendo una “esternalizzazione internalizzata”: si tengono i lavoratori in azienda come dipendenti, ma a un costo molto pi? basso?. Emilio Viafora, segretario del Nidil, annuncia la prima conferenza programmatica del sindacato atipici (oggi e domani a Roma), con le proposte anti-precariet?.

Tratto da “Il Manifesto” di mercoled? 27 ottobre 2004

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Vigevano dov’

28 ottobre 2004 Commenti chiusi

“Abbiamo invano atteso un riscontro, pubblico o privato, dell’ing. Paolo Vigevano, presidente della “Commissione interministeriale per i Contenuti digitali nell’era di Internet”, alle nostre perplessit? circa l’operato di questa oscura commissione cos? come a quelle espresse da Linux Magazine.

Cos? facendo, la suddetta commissione ed il suo presidente non fanno altro che confermare i peggiori sospetti che si stanno avanzando sul suo operato, a dispetto della pretesa “trasparenza” declamata con apposito intervento dall’ing. Vigevano.

Considerando le elevate aspettative riposte in questa commissione da parte di milioni di soggetti che subiranno i “risultati” cui essa perverr?, ci sembra utile, oltre che doveroso, cercare di capire meglio cosa questa commissione sia, quali ne siano gli obiettivi e come stia operando.

Intanto ci sembra di capire che la commissione sia il frutto di sgradevoli ambiguit?.

Tutti noi credevamo che si trattasse della “commissione per capire internet”, cos? come titola uno specifico articolo di PI che riporta testualmente: “Un primo segno che il Governo non intende disattendere gli impegni presi al Senato all’atto della conversione in legge del decreto Urbani sul file sharing”. In realt?, da una attenta lettura dei suoi scopi e, sopratutto, da una analisi della “traccia dei temi” messa a punto dalla commissione e-Content nasce la certezza che si tratta invece di tutt’altro.

E sono esattamente i contenuti di questa “traccia dei temi” che intendiamo analizzare in questo intervento. Ad iniziare dal formato in cui ? stata distribuita: un formato proprietario (PowerPoint) che ne limita drasticamente la diffusione (molti dei nostri associati hanno dovuto procurarsi un apposito viewer per poterne leggere le pagine) e che, soprattutto, non depone a favore di quella “apertura” e di quella interoperabilit?, declamata in ogni occasione ma contraddetta nei fatti.
Ma non era pi? semplice diffondere tale traccia in uno dei tanti formati aperti ormai disponibili universalmente: HTML, RTF, XML o anche solo come “puro” testo? Cos? facendo sarebbe forse risultata meno sospetta la mancata audizione della Free Software Foundation che, ovviamente per pura coincidenza, si batte per la diffusione di standard aperti e non proprietari.
Per inciso, ci scusiamo con la Free Software Foundation per aver erroneamente creduto che fosse stata “audita” dalla Commissione, come il presidente Vigevano ci aveva lasciato intendere, e non potevamo certo mettere in dubbio l’affermazione del presidente: ennesima riprova che questa commissione sta creando situazioni kafkiane a causa dell’inspiegabile silenzio presso cui si ? trincerata.

Vogliamo sperare che qualche parlamentare richieda con una esplicita interrogazione al governo di rendere pubblico il calendario delle audizioni.

La sgradevole sensazione che se ne ricava ? che la commissione e-Content non intenda affatto porre rimedio alle urbane “pagliuzze” ma anzi, voglia trasformarle in solide travi. Fuori di metafora: i timori che circolano in rete ? che la commissione stia preparando il terreno per una riscrittura giuridicamente ineccepibile delle norme repressive che nella attuale legge Urbani rappresentano delle mostruosit? giuridiche, risultando cos? inapplicabili.

E come altro interpretare quello che viene ritenuto il compito essenziale della commissione? Cio? quello di creare un sistema di DRM e di inquadramento legale che protegga gli interessi dei produttori. Cos? facendo si capovolge la natura stessa della commissione, almeno cos? come la gran parte dei cittadini l’aveva intesa: anzich? condurre una indagine neutra sulle caratteristiche delle nuove tecnologie, le si norma appiattendosi acriticamente sulle posizione dei portatori di specifici (e miopi) interessi di parte.

Vorremmo qui ricordare che, al di fuori di questa pregiata commissione, ? in corso a livello mondiale un intenso dibattito che vede la tecnologia DRM come la pi? efficace espressione di Democracy Restrictions Management, cio?, una gestione di come limitare la democrazia. Ed invece di discutere di queste quisquilie cosa fa la nostra ineffabile commissione? “Audisce” chi si occupa dei culetti delle letterine. Almeno a sentire certi boatos che circolano in rete, alimentati dal segreto di ufficio dietro cui si ? trincerata la commissione.

E poi questa ossessione del “mercato”. Mercato ? la parola maggiormente usata nella mitica “traccia dei temi”: 10 volte. La parola “consumatore” ? utilizzata 1 volta (nell’ultima riga dell’ultima pagina del documento). La parola “cittadino” ? usata 0 volte. Queste cifre, da sole, danno un’idea del declamato equilibrio tra gli interessi dei produttori e quello dei cittadini (pardon, consumatori).

E perch? non discutere se vi sia necessit? di un “mercato” per i contenuti digitali? E se questo mercato abbia bisogno di DRM? O meglio, chi l’ha detto che debba essere un mercato pilotato dalle industrie tradizionali? Che, guarda caso, sono per la gran parte NON italiane? Qui giova ricordare che internet NON ? un prodotto industriale ma ? nata dal desiderio di condivisione della conoscenza che animava, ed anima, i suoi utilizzatori. E dove non c’era alcuna entit? centralizzata che definiva di quali servizi e prodotti necessitava il pubblico. E sono stati gli stessi utenti che si sono inventati i servizi di cui necessitavano. Mettendoli a disposizione dell’intera comunit? in modalit? “free”, nella duplice accezione di “gratuito” e, sopratutto, di “libero”. E free ? la natura della quasi totalit? delle risorse che hanno consentito lo sviluppo e l’innovazione spettacolare che la rete ha consentito: dal sistema operativo ai server http, dai web browser ai dns, dai motori di ricerca e a quel meraviglioso insieme di servizi che hanno consentito l’avverarsi di uno dei pi? affascinanti miti di tutti i tempi: avere tutto lo scibile a portata di…mouse.

E perch? privilegiare il modello derivante dalla “propriet? intellettuale” e non quello derivante dai servizi? Insomma quale modello si intende privilegiare: quello derivante dalle rendite di posizione (sotteso dal meccanismo delle licenze) o quello derivante dal compensare le prestazioni (sotteso dalla creazione di servizi)? Non si tratta di schierarsi a favore di questo o di quello ma di effettuare serie ed equilibrate riflessioni. Esattamente ci? che la commissione e-Content non fa, schierandosi acriticamente da una parte, che NON ? quella dei consumatori, o meglio, dei cittadini.

Che seriet? pu? avere una riflessione sul “mercato” dei contenuti digitali se non ? preceduta, o almeno accompagnata da una radicale riflessione sul diritto d’autore nell’era delle reti? Cosa aspettarsi dai risultati di una simile commissione allorquando si prefigge di “rendere efficace la tutela della propriet? intellettuale”? Eminenti pensatori si stanno interrogando su “quanta propriet?” consentire in questo genere di cose (copyright, brevetti, marchi e affini). Dunque, di fronte al generale interesse alla circolazione ed alla diffusione dell’informazione e della conoscenza, pare incivile radicalizzare le facolt? esclusive dei titolari di diritti di propriet? intellettuale. Ancora una volta, la commissione trae delle conclusioni prima ancora che se ne possa iniziare a discutere.

Ma sopratutto non si mette minimamente in dubbio che chi attualmente necessita di maggiori tutele ? la capacit? di innovazione tecnologica del nostro Paese (di cui il Ministro Stanca dovrebbe essere formalmente il garante), e che gli “aventi diritto” ne hanno sin troppo e che non c’? alcuna necessit? di ampliarlo, restringendo di converso i diritti di tutti gli altri cittadini.

Mentre la stanca commissione invita a normare simili viete questioni, al di fuori del nostro stanco paese si sta discutendo di come rivedere i trattati internazionali (quali quelli all’interno del WIPO) che costituiscono un preoccupante ostacolo a diversi tipi di innovazione e sviluppo dell’intera umanit?: sociale, economico, tecnologico e culturale.

Si dia uno sguardo alla recente Dichiarazione di Ginevra sul Futuro dell’Organizzazione Mondiale per la “Propriet? Intellettuale”. Dove vengono trattate tematiche non cos? alte come il culo delle letterine ma di:
- disuguaglianze moralmente ripugnanti nell’accesso alla conoscenza che mina lo sviluppo e la coesione sociale;
- pratiche anticompetitive nell’economia della conoscenza che impongono costi spropositati ai consumatori e ritardano l’innovazione;
- autori, artisti ed inventori che si oppongono a barriere sempre pi? elevate all’innovazione incrementale;
- concentrazioni della propriet? e del controllo della conoscenza, della tecnologia, delle risorse biologiche e della cultura che danneggiano lo sviluppo, la diversit? e le istituzioni democratiche;
- misure tecnologiche che impongono l’applicazione di diritti di propriet? intellettuale in ambito digitale, che minacciano le eccezioni di base alle leggi sul copyright per persone disabili, biblioteche, educatori, autori e consumatori, e che minano alla base la privacy e la libert?;
- meccanismi di base di compenso che sono ingiusti sia nei confronti delle persone creative che dei consumatori;
- interessi privati che accaparrano beni sociali e pubblici e incatenano il pubblico dominio, quale la vergognosa durata del diritto d’autore, espanso ormai a 70 anni dopo la morte dell’autore, senza alcuna logica e motivazione se non quella del monopolio su di un’opera concessa agli editori.

Ed i principi contenuti nella suddetta dichiarazione sono il primo contributo che NewGlobal.it vuole apportare alla “riflessione” in atto nella commissione.

Ma di quale commissione stiamo parlando? Quella che tutti gli utenti della rete si aspettavano o quella che “appalta” la disciplina dei Democracy Restrictions Management ad un non ben precisato “fornitore”?

Michele Daniele
Coordinatore Gruppo Copyright e Dintorni
di NewGlobal.it

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I PC Mandrakelinux hanno successo nei punti vendita Planet Saturn

27 ottobre 2004 Commenti chiusi

Da luglio i PC Mandrakelinux si possono trovare nella catena francese di negozi Plan?te Saturn. Il successo dell’operazione evidenzia l’importanza crescente di Linux nel mercato del personal computer. ? finito il tempo in cui Linux veniva considerato un sistema operativo per tecnici esperti e postazioni server. Gli sforzi congiunti dei protagonisti del software libero, tra i quali Mandrakesoft, hanno pagato: Linux ? ora potente ed accessibile. Ne ? prova il successo commerciale della vendita di PC Mandrakelinux nei negozi Plan?te Saturn. Plan?te Saturn ? la catena francese della Media Saturn Holding, leader europeo della vendita al dettaglio di elettronica di consumo e per la casa.

Plan?te Saturn ? la prima societ? francese a mettere in vendita nei suoi negozi a livello nazionale personal computer Linux. I PC hanno incontrato grande successo commerciale: sono stati venduti tutti e Plan?te Saturn ha ora iniziato a venderne una nuova configurazione.

?Un nuovo PC Linux ? disponibile nei nostri negozi dal 6 ottobre?, ha detto Andr? Pichon, responsabile delle vendite a Media Saturn France. ?Terzo modello da luglio, questo nuovo PC ? pi? potente, ? dotato di un processore Pentium 4? a 3 GHZ Intel?, ad un prezzo di 499 EUR. Speriamo che, come le due precedenti offerte, incontri il favore degli utenti. Le due precedenti erano indirizzate ad utenti attenti ai prezzi (i PC costavano rispettivamente EUR 299 e EUR 329). Con questa nuova offerta, ampliamo la nostra gamma per soddisfare le esigenze dei nostri clienti pi? attenti agli aspetti tecnologici”.

Il futuro di Linux come sistema operativo per il desktop sembra luminoso. Un moderno sistema Linux come Mandrakelinux ha numerosi vantaggi prettamente tecnologici: migliore stabilit? e sicurezza, per citarne solamente due, tuttavia, anche il prezzo ? un vantaggio evidente. Le soluzioni hardware per Linux ed il software open source sono altamente competitive. Per EUR 299, i clienti Plan?te Saturn possono acquistare un sistema con una completa suite per l’ufficio e potenti tool per Internet ed applicazioni per il multimedia. Linux pu? perci? essere utilizzato per ridurre i costi delle nuove tecnologie.

“Linux ha ampliato enormemente la sua gamma di applicazioni in questi ultimi anni”, ha commentato Fran?ois Bancilhon, CEO di Mandrakesoft. “Il successo dei PC Mandrakelinux di Plan?te Saturn prova quanto i nostri prodotti sappiano rispondere alle esigenze del mercato. Offerte di questo tipo hanno prospettive di successo.”

Tratto da Risorse.net

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Smantellato un altro pezzo di Welfare, ora si licenziano anche i cassintegrati

27 ottobre 2004 Commenti chiusi

Con un semplice numero ? 249 ? il governo d? un?ulteriore spallata ai diritti e alle garanzie nel mondo del lavoro. Il numero ? quello del decreto varato dall’esecutivo il 5 ottobre scorso, il cui oggetto ? ?Interventi urgenti in materia di politiche del lavoro e sociali? ? sembrerebbe andare incontro alle aziende in grave crisi garantendo allo stesso tempo ai lavoratori i cosiddetti ?ammortizzatori sociali?. In parole spicciole, la cassa integrazione, ovvero il diritto di percepire un reddito anche nel momento in cui l?azienda in crisi non ? pi? in grado di pagare gli stipendi ai propri dipendenti. In realt? il decreto 249, purificato dal gergo ?burocratese? e dai tecnicismi giudici, sta a indicare tutt?altra cosa. Di fatto sancisce l?equiparazione tra cassa integrazione e mobilit?, d? modo alla restaurazione di avanzare. Perch? tra cassa integrazione e mobilit? di differenze ce ne corrono, eccome.

Basta analizzare pi? nel dettaglio il testo del decreto 249, un testo ?leggero? (tre articoli in tutto) ma dalle conseguenze ?pesanti?. L?articolo incriminato ? il primo. ?Il lavoratore, percettore del trattamento di cassa integrazione guadagni straordinaria (cio? di cassa integrazione, ndr) decade dal trattamento quando: a) rifiuti di essere avviato ad un progetto individuale di inserimento nel mercato del lavoro, ovvero ad un corso di formazione o riqualificazione professionale. b) non accetti l’offerta di un lavoro inquadrato in un livello retributivo non inferiore del 20 per cento rispetto a quello delle mansioni di provenienza.

Sono tre le parole ? ?decade dal trattamento? ? che distruggono i diritti, sono invece due le ipotesi che conducono allo sfascio. Nella prima al lavoratore viene offerto di riqualificarsi seguendo un corso di formazione professionale. Nella seconda, invece, gli viene offerta la possibilit? di avere un lavoro sottopagato. Nel caso in cui rifiuti entrambe le ipotesi, il diritto a percepire la cassa integrazione decade. Si dir?: eppure qualcosa gli viene offerto, al lavoratore. Ma immaginiamo che il lavoratore sia un pilota Alitalia e che gli venga proposto un lavoro in una pelletteria o la possibilit? di frequentare un corso di formazione per imbianchini (con tutto il rispetto per pellettieri e imbianchini). Logico che il pilota tender? a scartare l?offerta, troppo distante dalle sue attitudini professionali e dalla sua carriera. A questo punto, con il rifiuto, scatta l?azzeramento dei diritti. Il pilota ?decade? dal trattamento economico da cassa integrazione. E, ?se decaduto dal diritto di godimento del trattamento previdenziale ? come specifica l?articolo 1 del decreto 249 ? perde il diritto a qualsiasi erogazione a carattere retributivo o previdenziale a carico del datore di lavoro, salvi i diritti gi? maturati?.

Di fatto la cassa integrazione si trasforma in mobilit?. Mobilit? che ? qualcosa di profondamente diverso dalla cig. Infatti la cassa integrazione d? diritto al lavoratore di conservare il proprio posto di lavoro e al limite di continuare a percepire l?assegno di cassa integrazione nel momento in cui la situazione economica dell?azienda sia tale da non consentire la riassunzione a tempo pieno. La mobilit? invece prevede che l?assegno sia a tempo determinato, ovvero che il lavoratore percepisca un reddito ? ridotto, comunque ? per un certo periodo di tempo. Dopodich? questo reddito si esaurisce. La mobilit? non ? altro che una forma di licenziamento ?edulcorata?. Infatti, nel momento in cui l?azienda mette in mobilit?, il lavoratore deve considerarsi licenziato. Il fatto che percepisca un reddito per un determinato periodo serve al lavoratore per cercare un nuovo lavoro e per coprire momentaneamente il ?buco? economico derivante da un eventuale licenziamento secco, cio? dall?oggi al domani.

Il decreto 249 rivisita giuridicamente la cassa integrazione. E, come fanno notare quelli del Sult, ?non si applica solo a Alitalia, ma a tutte le altre aziende in crisi?. Aziende che quindi avranno mano libera nei licenziamenti. Baster? porre al lavoratore un aut-aut, del tipo: ?Vuoi frequentare questo corso di riqualificazione professionale? Accetti questo lavoro sottopagato??. Basta un semplice e dignitoso ?no?, che il trattamento economico decade. Evapora. La cassa integrazione diventa di punto in bianco mobilit?, in attesa che la mobilit? diventi, da l? a qualche mese, un bello zero in busta paga.

Per Claudio Genovesi, segretario della Fit-Cisl, il decreto 249 ?una forzatura interpretativa che potrebbe modificare in modo unilaterale l’intesa raggiunta a Palazzo Chigi il 5 ottobre scorso?, quando governo e sindacati avevano raggiunto, dopo una lunga trattativa, un accordo che da un lato salvava Alitalia e dall?altra garantiva diritti e tutele (i cosiddetti ?ammortizzatori sociali?) per i lavoratori. Non ? cos?, si ? visto. Maurizio Solari, segretario della Filt Cgil, spera che questa norma ?non sia stata pensata per sferrare un ulteriore attacco al percorso di salvataggio e rilancio di Alitalia?. Infine interviene anche la Fiom, perch?, come si ? detto e come i metalmeccanici tengono a sottolineare, ?il decreto ? apparentemente indirizzato a Alitalia, ma riguarda in sostanza tutte le aziende?. Infine, per Cesare Salvi, ex ministro del Lavoro, ?ancora una volta questo governo si dimostra garante di un sistema di impresa di tipo feudale che vede nei lavoratori una manodopera docile da sottomettere ai propri interessi?.

Tratto da “L’Unit

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e-Content, FSF Europe sulle audizioni

26 ottobre 2004 Commenti chiusi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una replica della sezione italiana di Free Software Foundation Europe alle dichiarazioni di Newglobal.it (a firma Ettore Panella) pubblicate come risposta alle precisazioni del presidente della commissione e-content Paolo Vigevano. Quest’ultimo ? stato reso edotto della pubblicazione di questa e di tutte le altre lettere apparse sull’argomento su PI.

Gentile Panella,
le faccio presente che la FSFE *non* ? stata audita dalla Commissione Vigevano, come lei erroneamente riporta nella sua lettera aperta all’ing. Vigevano pubblicata su Punto Informatico il 18 Ottobre.

L’unica associazione che ha avuto l’onore e l’onere di rappresentare le istanze di tutta la comunit? del software libero ? stata l’Associazione Software Libero. Tale associazione ha approfittato al meglio dell’opportunit? concessale e speriamo che le sue considerazioni non vengano ignorate nella relazione finale della Commissione.

Purtroppo non possiamo fare a meno di notare che la Commissione ha affidato alle spalle dell’Associazione Software Libero un fardello che, dall’altra parte della barricata, ? stato invece diviso tra associazioni di categoria e singoli interessati. Di fatto non si capisce se da un lato hanno titolo a parlare sia Microsoft che Apple che BSA, sia Mediaset che Endemol che Einstein, dall’altro non sono state ascoltate le due associazioni pi? importanti del panorama italiano del software libero.

Cordiali saluti
Stefano Maffulli
Presidente sezione italiana
Free Software Foundation Europe
Tratto da Punto Informatico

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A Culture of Cover-Ups

26 ottobre 2004 Commenti chiusi

By Paul Krugman

Aides to John Kerry say that if he wins, he’ll replace Porter Goss as head of the C.I.A. Let’s hope so: Mr. Goss has already confirmed the fears of those who worried about his appointment by placing Republican staff members from Capitol Hill in key positions and raising fears about a partisan purge.

But the flap over Mr. Goss is only a symptom of a much broader issue: whether the Bush administration will be able to maintain its culture of cover-ups. That culture affects every branch of policy, but it’s strongest when it comes to the “war on terror.”

Although President Bush’s campaign is based almost entirely on his self-proclaimed leadership in that war, his officials have thrown a shroud of secrecy over any information that might let voters assess his performance.

Yesterday we got two peeks under that shroud. One was The Times’s report about what the International Atomic Energy Agency calls “the greatest explosives bonanza in history.” Ignoring the agency’s warnings, administration officials failed to secure the weapons site, Al Qaqaa, in Iraq, allowing 377 tons of deadly high explosives to be looted, presumably by insurgents.

The administration is trying to play down the importance of this loss, arguing that because Iraq was awash in munitions, a few hundred more tons don’t make much difference. But aside from their potential use in nuclear weapons – the reason they were under seal before the war – these particular explosives, unlike standard munitions, are exactly what a terrorist needs.

Informed sources quoted by the influential Nelson Report say explosives from Al Qaqaa are the “primary source” of the roadside and car bombs that have killed and wounded so many U.S. soldiers. And thanks to the huge amount looted – “in a highly organized operation using heavy equipment” – the insurgents and whoever else have access to the Qaqaa material have enough explosives for tens of thousands of future bombs.

If the administration had had its way, the public would never have heard anything about this. Administration officials have known about the looting of Al Qaqaa for at least six months, and probably much longer. But they didn’t let the I.A.E.A. inspect the site after the war, and pressured the Iraqis not to inform the agency about the loss. They now say that they didn’t want our enemies – that is, the people who stole the stuff – to know it was missing. The real reason, obviously, was that they wanted the news kept under wraps until after Nov. 2.

The story of the looted explosives has overshadowed another report that Bush officials tried to suppress – this one about how the Bush administration let Abu Musab al-Zarqawi get away. An article in yesterday’s Wall Street Journal confirmed and expanded on an “NBC Nightly News” report from March that asserted that before the Iraq war, administration officials called off a planned attack that might have killed Mr. Zarqawi, the terrorist now blamed for much of the mayhem in that country, in his camp.

Citing “military officials,” the original NBC report explained that the failure to go after Mr. Zarqawi was based on domestic politics: “the administration feared destroying the terrorist camp in Iraq” – a part of Iraq not controlled by Saddam Hussein – “could undermine its case for war against Saddam.” The Journal doesn’t comment on this explanation, but it does say that when NBC reported, correctly, that Mr. Zarqawi had been targeted before the war, administration officials denied it.

What other mistakes did the administration make? If partisan appointees like Mr. Goss continue to control the intelligence agencies, we may never know.

This isn’t speculation: Mr. Goss is already involved in a new cover-up. Last week Robert Scheer of The Los Angeles Times revealed the existence of a devastating but suppressed report by the C.I.A.’s inspector general on 9/11 intelligence failures. Newsweek has now confirmed the gist of Mr. Scheer’s column.

The report, the magazine says, “identifies a host of current and former officials who could be candidates for possible disciplinary procedures.” But although the report was completed in June, Mr. Goss has refused to release it to Congress. “Everyone feels it will be better if this hits the fan after the election,” an official told the magazine. Better for whom?

What really happened on 9/11, or in Iraq? Next week’s election may determine whether we ever find out.

Tratto da “The New York Times”

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