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Archivio per 31 ottobre 2004

Halloween: il morbo della zucca pazza

31 ottobre 2004 Commenti chiusi

di Lia Celi

Questione di giorni, e vedremo interi reparti dell?ipermercato riempirsi di zucche di ogni forma, dimensione e materiale, cappellacci a cono e paccottiglie stregonesche. No, non abbiamo ingerito sostanze psicotrope: di psicotropo c?? solo l?imbecillaggine che, da qualche anno, induce migliaia di italiani, specie nella fascia under-18, ad attendere con ansia la notte del 31 ottobre. Ovvero lo stramaledetto Halloween. Alle solite: ultimi a imparare l?inglese, primi a scimmiottare qualunque boiata made in Usa, meglio se supportata da tonnellate di merchandising made in China. Ma se Halloween ? diventato la festa ultra-global per eccellenza ? perch? ormai ha fatto gli zebedei come due mappamondi a tutti gli adulti ragionevoli. Analizziamo il fenomeno nel dettaglio.

FAMILY HORROR. A pagare il prezzo pi? alto al Moloch zucchiforme sono le famiglie con prole. La sera fatale, i bambini insistono per travestirsi da spettri e dopo cena bussano dal vicino strillando ?dolcetto o scherzetto??. In genere il buon uomo si ? gi? provvisto all?uopo di una manciata di Chupa Chups a forma di zucca, ma ha malauguratamente dimenticato di legare il rottweiler, come spiegher? pi? tardi ai poliziotti accorsi dopo la disgrazia. Le teenager si mascherano da streghe (lo si capisce perch? hanno un aspetto pi? ordinato che in altri giorni dell?anno) e organizzano festicciole casalinghe a base di film splatter e Marilyn Manson. I coetanei maschi, sanamente tetragoni alle suggestioni gotiche, abbozzano, nella speranza che fra il dolcetto e lo scherzetto ci stia anche una pomiciatina. Ai genitori, rinchiusi in camera fino a nuovo ordine, non resta che prepararsi all?imminente 2 Novembre e augurarsi che la mazzetta allungata al giardiniere del cimitero abbia salvato dalla profanazione il loculo del nonno.

IL PERICOLO GIALLO. Ci voleva Halloween per riportare in auge la cucurbitacea giustamente screditata per la scorza coriacea, il gusto scipito e il colore pacchiano. (Anche in Italia la zucca viene usata a fini intimidatori, ma solo nella Bassa Padana, dove con l?ortaggio, lessato e impastato con canditi, mostarda e grana, si imbottiscono famigerati tortelli in grado di terrorizzare Pantagruele). Chi ha provato a svuotare e intagliare una zucca cruda per confezionare l?irrinunciabile Jack-della-Lanterna pu? assicurarvi che ? la cosa pi? facile del mondo: basta appaltare l?operazione all?impresa Rocksoil (info presso il ministro delle Infrastrutture Lunardi), e con una squadra di genieri e qualche carica di tritolo otterrete uno splendido mascherone da esporre sul davanzale. Nel caso vi manchino quei venti milioni di euro per finanziare l?operazione, ripiegate su una foto di Giuliano Ferrara virata in arancione.

PREMIO STREGA. Se Halloween, che in antico inglese ? il nostro snobbato Ognissanti, in America ? diventato la ?notte delle streghe?, un motivo c??: gli yankee adorano sterminare minoranze – dai pellirossa alle fattucchiere – per poi dedicargli una festa (ai tempi dei Padri Pellegrini funzionava cos?: si prendeva la vecchia pi? sciroccata del villaggio, la si accusava di nascondere armi di distruzione di massa e la si metteva sul rogo). Noi europei siamo pi? coerenti, anche perch?, se dovessimo istituire una festa per ogni etnia o religione bastonata nei millenni qua e l? per il Vecchio Continente, dal calendario sparirebbero i giorni feriali. Qui in Italia, del resto, sui roghi, pi? che le streghe, ci finivano gli eretici e i liberi pensatori. Dunque, chi volesse celebrare un Halloween rispettoso della nostra tradizione, la notte del 31 ottobre dovrebbe girare travestito da fra Savonarola o da Giordano Bruno, e andare nottetempo a spaventare il vescovo. C?? da farci un pensierino.

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Fosche previsioni per il tessile italiano

31 ottobre 2004 Commenti chiusi

Il grande exploit del tessile made in Oriente: in tre anni dal 10 al 72% del mercato Usa

di Guglielmo Ragozzino

?In pratica a partire dal 1 gennaio 2005, dopo quasi 40 anni, l’intero comparto tessile mondiale sar? completamente libero agli scambi internazionali. Esistono fondate ragioni per temere un forte aumento di importazioni asiatiche….?. Con queste parole preoccupate, in pratica si apre il primo rapporto sulla liberalizzazione del settore tessile. Poche pagine, presentate dal viceministro Adolfo Urso. E’ chiaro a tutti che non si parla dell’Asia in generale, ma delle dilaganti esportazioni della Cina. Ci viene mostrato quello che ? segu?to, negli Stati uniti, all’apertura senza limiti del mercato, avvenuta nel 2001. Allora le esportazioni di beni tessili in Usa provenivano perlopi? da 15 paesi: Cina, Tailandia e Caraibi-Cbi ne detenevano il 10% ciascuno e poi Messico e Taiwan con l’8%. Seguivano Bangladesh con il 6,3, India 3,8, Corea del sud 3,3, Sri Lanka 2,8, Italia 2,5, Cambogia 1,8 Pakistan 1,5 e Turchia 0,9. A distanza di meno di tre anni, nel giugno del 2004, la Cina era arrivata al 72%, togliendo spazio a tutti gli altri. Cos? la Tailandia era scesa al 3,4, i Caraibi anche, Messico e Bangladesh al 2, Taiwan al 2,9 le Filippine all’1,2, l’India all’1,6 come la Corea del sud, lo Sri Lanka allo 0,3, l’Italia, all’1,4; a Cambogia, Pakistan e Turchia rimaneva in media lo 0,4% del mercato Usa. In sostanza, il made in China aveva soppiantato il resto, passando, dopo la liberalizzazione, dal 10 all’80% tendenziale.

In Usa sono anche in grado di indicare una tendenza importante del mercato dell’abbigliamento; ma, non c’entra con la moda e l’altezza dei pantaloni in vita. E’ il prezzo medio che scende tra 2001 e dicembre 2003 da 6,23 dollari a 2,65; per poi cominciare a risalire, fino ai 3,12 dollari del giugno scorso. Insomma, dopo essersi dimezzati, i prezzi risalgono del 15% in sei mesi. In effetti, la concorrenza ormai ? sbaragliata e i prezzi possono anche risalire.

Nell’Unione europea – e in particolare in Italia – sono stati aperti i mercati per tre prodotti, informa il rapporto: tanto per vederne l’effetto. Si tratta di giacche a vento, tute e stoffa tessuta in pile. 21, 73 e 32, sono le categorie di riferimento dei tre prodotti nelle statistiche internazionali. Risulta che dopo la liberalizzazione, l’impatto della Cina nei tre mercati ? cresciuto del 168%, dell’83% e dell’87%. Contemporaneamente i prezzi sono diminuiti, rispettivamente del 45, del 52 e del 42%. Il meccanismo ? precisato meglio, esaminando il caso delle giacche a vento (cat. 21). La quota di mercato era del 15% nel 2001 e il prezzo di esportazione dalla Cina era di 18,28 yuan renminbi al pezzo. Nel 2002 il prezzo scende a 10 e la quota di mercato Ue sale al 55%; nel 2003 il processo continua: prezzo che scende a 7,60 e quota che sale al 63%; infine nel I semstre del 2004 il prezzo scende ancora fino a 6,82 e la quota di mercato balza al 74%.

Se teniamo fermo l’esempio americano, l’anno prossimo, sbaragliata la concorrenza, i prezzi saliranno un po’. Urso ? combattuto fra la sua amicizia per i cinesi, ribadita con acconce espressioni nella conferenza stampa, il desiderio di mostrarsi liberoscambista a tutta prova, e il desiderio di protezionismo (si salvi chi pu?!) dominante nelle profondit? del governo. L’Italia oltretutto ? il maggiore tra i paesi tessili (con 800 mila addetti nella filiera-moda) rimasti nell’Europa ricca; e dunque teme particolarmente di perdere i mercati europei, quello americano e perfino quello nazionale, sotto i colpi delle esportazioni cinesi. Chiede cos? all’Ue di appoggiare almeno l’obbligo di una traccia che mostri l’origine e i passaggi delle merci importate dalla Cina.

Tratto da “Il Manifesto” di sabato 30 ottobre 2004

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Italia zavorra dell’economia europea

31 ottobre 2004 Commenti chiusi

Una palla al piede per l’Europa. La crescita economica rallentata dell’Italia potrebbe, infatti, diventare un peso per l’intera economia di Eurolandia. A sostenerlo, nel suo Economic Overview, ? la banca d’affari internazionale Morgan Stanley. Secondo la banca, l’Italia ? diventata l’economia con la crescita pi? lenta fra quelle dei paesi industrializzati: negli ultimi 12 anni il pil ? cresciuto in media dell’1,4% all’anno, contro un 3,4% mondiale e un 1,8% dell’area dell’euro. Una situazione di ?sottoprestazione? dell’economia italiana che, se diventasse strutturale, finirebbe per incidere pesantemente sulle prospettive a medio termine europee.

La Morgan Stanley poi non si limita solamente a constatare i dati poco lusinghieri, ma abbozza anche un minimo di spiegazione per le difficolt? italiane. Innanzitutto, evidenzia gli effetti negativi sui consumi delle famiglie dovuti a una persistente percezione dei rialzi dei prezzi, in seguito al changeover dell’euro. Altri fattori di debolezza poi riguardano il sistema finanziario: in Italia le piccole e medie imprese hanno elevate difficolt? per l’accesso al credito mentre il clima di fiducia sui mercati dei capitali ? stato fortemente intaccato dai recenti scandali finanziari (Parmalat e Cirio in testa). Altra nota dolente ? quella della ricerca: per Morgan Stanley, gli investimenti in ricerca e sviluppo da parte delle imprese sono troppo lenti, cosicch? il paese paga un evidente ritardo tecnologico. Ritardo che l’Italia paga anche in materia di liberalizzazioni, il che ?rende difficili le reazioni ai cambiamenti della competizione globale?.

Una nota anche per il Mezzogiorno, dove, per la banca d’affari, si sconta ?la quota di disoccupazione pi? alta del paese?.

Tratto da “Il Manifesto” di sabato 30 ottobre 2004

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