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Archivio per 23 agosto 2004

Sei domande sul lavoro flessibile

23 agosto 2004 Commenti chiusi

di Alessandro Genovesi

Passa il tempo, ma i vizi sono duri a morire. Cos? potremmo sintetizzare tante discussioni che vanno riproponendosi, sia tra le parti sociali che nel centrosinistra in tema di flessibilit?, dopo l’approvazione e il dispiegarsi della legge 30. Discussioni che spesso sottendono anche errori concettuali di notevole portata.

Sia chiaro: non mi iscrivo tra quelli che giudicano la flessibilit? del come e quanto produrre (conseguenza di un’evoluzione tecnologica e produttiva innegabile) un male assoluto del nuovo mercato del lavoro, sicuramente per? occorre sempre scindere tra flessibilit? nel produrre (che non vuol dire assolutamente discutere solo di tipologie contrattuali) e precariet?, intesa quest’ultima come conseguenza di una competizione basata sui meri costi del lavoro e sulla riduzione della sicurezza sociale (dove la libert?, quando si ? nel bisogno, appare assai scarsa).
Flessibilit? e precariet? tendono spesso a coincidere (soprattutto in Italia dopo la legge 30) perch? i nuovi contratti di lavoro atipici sono divenuti, in stragrande maggioranza, un modo per calmierare il costo del ?vecchio contratto a tempo indeterminato?, riducendo il costo per unit? di prodotto ed aumentando cos? la produttivit? del lavoro. Tale coincidenza tra flessibilit? e precariet? per? non dovrebbe essere automatica perch? i due termini non sono concettualmente la stessa cosa. A riguardo credo allora che sia utile mettere ?in fila? alcune domande di fondo per poter riprendere una discussione franca e senza finzioni su un terreno ?cos? scivoloso?. Terreno che, per intenderci, si traduce spesso in slogan importanti, ma poi da sostanziare, del tipo ?abroghiamo la 30?, ?modifichiamola?, ?introduciamo il salario minimo garantito?, ecc.

Domanda numero uno: siamo d’accordo che il lavoro oltre ad una valenza economica esprime anche una funzione sociale, relazionale e di emancipazione delle persone e che, quindi, ancor prima che di un ?salario purch? sia? l’obbiettivo rimane per tutti noi, democratici e progressisti, garantire ad ognuno il diritto reale ad un lavoro ben remunerato, che valorizzi le professionalit? e permetta di esercitare la democrazia sui posti di lavoro?

Domanda due: siamo d’accordo che la forma ordinaria e ?normale? di lavoro sia e sar? quella subordinata a tempo indeterminato (come scrive ogni volta l’Unione Europea nei suoi documenti)? Cio? che forme di lavoro atipico costituiscono l’eccezione e non la regola, in un mercato del lavoro equilibrato?

Domanda tre: siamo d’accordo che se ?lo scambio? che avviene nel lavoro a tempo indeterminato ? ?corrispettivo x di salario? a fronte di una relativa stabilit?, nei contratti di lavoro atipico (dove manca la sicurezza del rapporto) il corrispettivo (e quindi il costo del lavoro) deve essere pi? alto proprio per compensare il ?mancato scambio? (anche in termini di maggiore contribuzione previdenziale o di maggiore ?assicurazione sociale? contro i rischi di non lavoro), in un sistema di protezione universalista che tenda a stabilizzare l’occupazione?

Domanda quattro: siamo d’accordo che alla fine, nel mercato del lavoro, coloro che impiegano il proprio tempo e le proprie professionalit? si dividono in ?solo? 2 grandi categorie? Quella di chi ? economicamente dipendente (cio? il frutto del proprio lavoro fa valore aggiunto per un terzo soggetto, da cui dipende il quantum della remunerazione) e quella di chi ? economicamente indipendente (cio? il frutto del lavoro fa valore aggiunto solo per se o per altri soci aventi le sue stesse caratteristiche di reale autonomia, e determina o condetermina lui, liberamente, il proprio corrispettivo)? E che quindi la questione vera non ? tanto quella di dare ad ogni tipologia di lavoro (ormai sono ben 42) un corredo specifico di tutele (frantumandole e coorporativizzandole) o diritti minimi, ma ? quella di ricondurre gli ?economicamente dipendenti? all’interno delle tutele ?pi? forti? oggi disponibili, cio? quelle del lavoro dipendente (ammortizzatori sociali, tutela contro i licenziamenti indiscriminati, diritti sindacali e di rappresentanza, ecc.)?

Domanda cinque: chi dice che la flessibilit? debba per forza coincidere con tipologie contrattuali pi? deboli e quindi ?plasmabili? sulle sole esigenze aziendali e non invece possa coincidere con una ridefizione dell’organizzazione delle modalit? produttive e dei regimi orari , dentro e fuori l’azienda, in relazione anche ai tempi di vita e dei contesti urbani e sociali in cui si opera?

Domanda numero sei: siamo d’accordo che la qualit? coincide anche con l’unitariet? del ciclo produttivo, con le integrazioni orizzontali delle professioni e delle competenze che (dall’ideazione, alla personalizzazione, alla definizione/produzione fino alla vendita del prodotto-servizio) si possono esplicare anche in contesti e con modalit? differite, ma dai contorni precisi; e quindi con strumenti di contrattazione, tutele e diritti che siano definiti non in base al dove e al chi formalmente (in appalto, in ramo d’azienda, ecc.) produce, ma in base al cosa il soggetto imprenditoriale (che guadagna, in ultimo, sul prodotto finale) fa nel suo complesso, attraverso la prestazione dei diversi lavoratori collocati in ?aree diverse??

Capire se, nell’ambito del centro sinistra e degli schieramenti sociali, si ? d’accordo con questi principi mi pare la questione centrale oggi. Solo cos? alcuni luoghi comuni potranno essere ripensati profondamente (e con essi le distorsioni e le ingiustizie introdotte dalla legge 30), soprattutto i pi? diffusi: cio? che pi? lavoratori atipici (intendendo – come si sar? capito – tutti i contratti subordinati economicamente nei fatti e non a tempo indeterminato) coincidono per forza con pi? occupati; che pi? atipici vuol dire aumento automatico del salario collettivo; che pi? flessibilit? contrattuale vuol dire automaticamente migliore governo dei tempi e dei ritmi produttivi a fronte di un forte turn-over di lavoratori che necessitano di medie professionalit?.
Potremmo per esempio accorgerci che – come ha dimostrato la liberalizzazione del contratto a tempo determinato e l’introduzione dell’interinale (oggi somministrazione) – le quote assorbili sono pi? o meno date in un contesto di forza lavoro che muta lentamente, e che altri sono i terreni per creare occupazione. A partire dalle politiche attive (formazione, skill professionali, ricerca della vacancies aziendali ecc.), dalle politiche di conciliazione (pensiamo al part-time per le donne che per essere incentivato necessita prima di tutto di piani delle citt? e di servizi sociali compatibili con i tempi femminili), dalle politiche di specializzazione e riconversione produttiva (crescita dimensionale delle imprese, introduzione di valore aggiunto nei servizi e nel terziario localizzato, ecc.). Il lavoro stabile e di qualit? deve tornare ad essere il cuore del nuovo patto sociale e l’obbiettivo finale per la sinistra non pu? essere quello di riportare a normalit? (cio? al contratto a tempo indeterminato) le troppe eccezioni presenti nel mercato del lavoro italiano.
Tratto da: L’Unit?

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