Riforma pensioni for dummies
Quattro casi di giovani lavoratori alle prese con le nuove regole del sistema previdenziale.
Da stare allegri.
La Co.Co.Co
La domanda: Sono una co.co.co dal 1996. Ce la far? a sostenermi in futuro con la mia pensione?
Con le regole di oggi, valide peraltro sino a tutto il 2007, per ottenere la rendita basta raggiungere i 57 anni di et?, con soli cinque anni di versamenti. Dal 2008 cambia tutto: occorreranno 60 anni di et? per le donne e 65 anni per gli uomini (resta comunque il requisito contributivo di almeno 5 anni). Vi sono tuttavia altre due possibilit? alternative: raggiungere 35 anni di contributi accompagnati dal compimento del 60? anno di et? (sia uomini che donne), oppure 40 anni di anzianit? contributiva indipendentemente dall’et? (come oggi). Per quanto riguarda l’ammontare della futura rendita, tra le giuste preoccupazioni della lettrice, le prospettive non sono certo rosee. Nemmeno l’aumento dell’aliquota contributiva dal 14 al 19%, stabilito con Finanziaria del 2004, riuscir? infatti a salvare i co.co.co. da una vecchiaia “difficile”.
Facciamo il caso di un collaboratore iscritto alla gestione separata dall’inizio (1996). Anche ipotizzando un’attivit? continuativa e un ritiro a 60 anni la pensione coprir? solo il 35% dell’ultimo reddito. Chi lascia prima rischia di vivere alle soglie della povert? con tassi di copertura del 20-25%. Nel sistema contributivo l’interruzione del lavoro, con la sospensione dei versamenti Inps, costa cara. Alla collaboratrice donna che per cinque anni sospende l’attivit? per accudire il figlio, ad esempio, il vuoto coster? 4-5 punti percentuali. Cos? a 60 anni la pensione ammonter? al 30% del reddito.
Il neolaureato
La domanda: Sono un neolaureato in attesa di occupazione. Sbaglio o la riforma si occupa poco di noi?
E’ vero. Il dibattito di questi giorni sulla riforma del sistema pensionistico si ? incentrato tutto sul problema della pensione di anzianit? e, quindi, di chi ? vicino al traguardo. Si tratta, tutto sommato, di una categoria di lavoratori privilegiati sia perch? hanno la pensione in giovane et?, sia perch? sono sicuri di avere una buona rendita.
Con 35-40 anni di lavoro potranno contare su una rendita che va dal 70 all’80% dell’ultima retribuzione. Se si tiene conto del fatto che da pensionati non pagano pi? i contributi previdenziali (9% circa dello stipendio), intascano una rendita (al lordo delle tasse) che supera anche l’80%. Il problema che non ? stato sufficientemente sollevato ?, invece, quello dei giovani. Cio? di chi rischia di avere pensioni davvero molto basse o di non averla nemmeno. Una categoria di lavoratori che peraltro non pensa al problema e che soprattutto non ? consapevole di quali rischi corre.
Tutte le simulazioni sul futuro elaborate da esperti del settore dimostrano, se ancora ci fosse bisogno di sottolinearlo, che le nuove generazioni non possono contare su una vecchiaia tranquilla come i loro genitori. Chi ? entrato nel mondo del lavoro dopo il 1995, coloro cio? che andranno in pensione con l’intero calcolo contributivo, non possono quindi esimersi dall’adesione ad un fondo complementare, per ottenere una rendita che integri la loro magra futura pensione.
Il neoassunto
La domanda: Sono un giovane trentenne che lavora da quattro anni. Che effetti avr? la riforma nel mio caso?
La riforma investe anche coloro che hanno cominciato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995. Gli attuali requisiti richiesti per la nuova pensione contributiva, ossia minimo di 57 anni di et? e 5 anni di versamenti, varranno solo sino a tutto il 2007.
Dal 2008 occorrono 60 anni di et? per le donne e 65 anni per gli uomini, con almeno 5 anni di anzianit? contributiva, oppure 35 anni di contributi accompagnati dal compimento del 60? anno di et? (61 per gli autonomi), ovvero 40 anni di anzianit? a prescindere dall’et?. Con il sistema contributivo, la pensione ? destinata a crescere gradualmente per ogni anno in pi? di lavoro. Il meccanismo che sta alla base del nuovo criterio di calcolo ? abbastanza semplice.
Il lavoratore, con il concorso dell’azienda, provvede annualmente ad accantonare il 33% del proprio stipendio (artigiani e commercianti accantonano invece il 20% del reddito). Il conto contributivo viene rivalutato ogni anno sulla base della dinamica quinquennale del Pil (il prodotto interno lordo), e cio? la ricchezza nazionale. Alla data del pensionamento, al montante contributivo, ossia alla sommatoria dei versamenti effettuati, si applica un coefficiente di conversione legato all’et? scelta (coefficienti che saranno presto rivisti al ribasso): 5,163% per chi decide di lasciare il lavoro e di chiedere la pensione a 60 anni, 5,514% per chi resister? fino a 62 anni e 6,136% per chi sceglie di arrivare fino a 65 anni.
L’alternativa dei fondi pensione
La domanda: Con la pensione pari al massimo al 56% del reddito, come funzionano i fondi pensione?
I fondi pensione in pratica sono delle associazioni senza fini di lucro con l’obiettivo di garantire ai lavoratori delle prestazioni pensionistiche complementari a quelle offerte dal sistema pubblico. Funzionano con il sistema della capitalizzazione individuale. Ci? significa che ogni iscritto ? titolare di una propria posizione contributiva, sulla quale affluiscono periodicamente flussi finanziari, cio? le contribuzioni a carico del lavoratore e anche dell’impresa se ? un lavoratore dipendente, nonch? il trattamento di fine rapporto lavoro. Flussi finanziari che vengono poi impiegati e gestiti da societ? specializzate per il miglior rendimento possibile sul mercato. Al raggiungimento di determinati requisiti, collegati in genere a quelli previsti per le pensioni pubbliche, il lavoratore consegue il diritto alla prestazione complementare: pensione di vecchiaia, pensione d’anzianit? o alla liquidazione in capitale, ma per il 50% dell’importo spettante, mentre la restante parte comunque viene erogata sotto forma di rendita periodica. Da segnalare infine che durante il periodo di assicurazione presso il fondo pensione, il lavoratore pu? richiedere anticipazioni in capitale per far a fronte a determinate situazioni. Naturalmente non esiste alcuna garanzia dello Stato sui fondi previdenziali che hanno i loro rendimenti legati all?andamento dei mercati finanziari, azionari o obbligazionari
Tratto da: Il Corriere della Sera