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Archivio per agosto 2004

La realt? sull’Iraq: mission NOT accomplished

31 agosto 2004 Commenti chiusi

Editoriale di Paul Krugman che mette in luce come in Iraq la guerra non sia per niente conclusa e come molte parti del paese siano in realt? in mano ai “ribelli” e non alle forze statunitensi.

A No-Win Situation
By Paul Krugman

“Everyone wants to go to Baghdad; real men want to go to Tehran.” That was the attitude in Washington two years ago, when Ahmad Chalabi was assuring everyone that Iraqis would greet us with flowers. More recently, some of us had a different slogan: “Everyone worries about Najaf; people who are really paying attention worry about Ramadi.”

Ever since the uprising in April, the Iraqi town of Falluja has in effect been a small, nasty Islamic republic. But what about the rest of the Sunni triangle?

Last month a Knight-Ridder report suggested that U.S. forces were effectively ceding many urban areas to insurgents. Last Sunday The Times confirmed that while the world’s attention was focused on Najaf, western Iraq fell firmly under rebel control. Representatives of the U.S.-installed government have been intimidated, assassinated or executed.

Other towns, like Samarra, have also fallen to insurgents. Attacks on oil pipelines are proliferating. And we’re still playing whack-a-mole with Moktada al-Sadr: his Mahdi Army has left Najaf, but remains in control of Sadr City, with its two million people. The Christian Science Monitor reports that “interviews in Baghdad suggest that Sadr is walking away from the standoff with a widening base and supporters who are more militant than before.”

For a long time, anyone suggesting analogies with Vietnam was ridiculed. But Iraq optimists have, by my count, already declared victory three times. First there was “Mission Accomplished” – followed by an escalating insurgency. Then there was the capture of Saddam – followed by April’s bloody uprising. Finally there was the furtive transfer of formal sovereignty to Ayad Allawi, with implausible claims that this showed progress – a fantasy exploded by the guns of August.

Now, serious security analysts have begun to admit that the goal of a democratic, pro-American Iraq has receded out of reach. Anthony Cordesman of the Center for Strategic and International Studies – no peacenik – writes that “there is little prospect for peace and stability in Iraq before late 2005, if then.”

Mr. Cordesman still thinks (or thought a few weeks ago) that the odds of success in Iraq are “at least even,” but by success he means the creation of a government that “is almost certain to be more inclusive of Ba’ath, hard-line religious, and divisive ethnic/sectarian movements than the West would like.” And just in case, he urges the U.S. to prepare “a contingency plan for failure.”

Fred Kaplan of Slate is even more pessimistic. “This is a terribly grim thing to say,” he wrote recently, “but there might be no solution to the problem of Iraq” – no way to produce “a stable, secure, let alone democratic regime. And there’s no way we can just pull out without plunging the country, the region, and possibly beyond into still deeper disaster.” Deeper disaster? Yes: people who worried about Ramadi are now worrying about Pakistan.

So what’s the answer? Here’s one thought: much of U.S. policy in Iraq – delaying elections, trying to come up with a formula that blocks simple majority rule, trying to install first Mr. Chalabi, then Mr. Allawi, as strongman – can be seen as a persistent effort to avoid giving Grand Ayatollah Ali al-Sistani his natural dominant role. But recent events in Najaf have demonstrated both the cleric’s awesome influence and the limits of American power. Isn’t it time to realize that we could do a lot worse than Mr. Sistani, and give him pretty much whatever he wants?

Here’s another thought. President Bush says that the troubles in Iraq are the result of unanticipated “catastrophic success.” But that catastrophe was predicted by many experts. Mr. Cordesman says their warnings were ignored because we have “the weakest and most ineffective National Security Council in post-war American history,” giving control to “a small group of neoconservative ideologues” who “shaped a war without any realistic understanding or plans for shaping a peace.”

Yesterday Mr. Bush, who took a “winning the war on terror” bus tour just a few months ago, conceded that “I don’t think you can win” the war on terror. But he hasn’t changed the national security adviser, nor has he dismissed even one of the ideologues who got us into this no-win situation. Rather than concede that he made mistakes, he’s sticking with people who will, if they get the chance, lead us into two, three, many quagmires.

Tratto da: The New York Times

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Sei domande sul lavoro flessibile

23 agosto 2004 Commenti chiusi

di Alessandro Genovesi

Passa il tempo, ma i vizi sono duri a morire. Cos? potremmo sintetizzare tante discussioni che vanno riproponendosi, sia tra le parti sociali che nel centrosinistra in tema di flessibilit?, dopo l’approvazione e il dispiegarsi della legge 30. Discussioni che spesso sottendono anche errori concettuali di notevole portata.

Sia chiaro: non mi iscrivo tra quelli che giudicano la flessibilit? del come e quanto produrre (conseguenza di un’evoluzione tecnologica e produttiva innegabile) un male assoluto del nuovo mercato del lavoro, sicuramente per? occorre sempre scindere tra flessibilit? nel produrre (che non vuol dire assolutamente discutere solo di tipologie contrattuali) e precariet?, intesa quest’ultima come conseguenza di una competizione basata sui meri costi del lavoro e sulla riduzione della sicurezza sociale (dove la libert?, quando si ? nel bisogno, appare assai scarsa).
Flessibilit? e precariet? tendono spesso a coincidere (soprattutto in Italia dopo la legge 30) perch? i nuovi contratti di lavoro atipici sono divenuti, in stragrande maggioranza, un modo per calmierare il costo del ?vecchio contratto a tempo indeterminato?, riducendo il costo per unit? di prodotto ed aumentando cos? la produttivit? del lavoro. Tale coincidenza tra flessibilit? e precariet? per? non dovrebbe essere automatica perch? i due termini non sono concettualmente la stessa cosa. A riguardo credo allora che sia utile mettere ?in fila? alcune domande di fondo per poter riprendere una discussione franca e senza finzioni su un terreno ?cos? scivoloso?. Terreno che, per intenderci, si traduce spesso in slogan importanti, ma poi da sostanziare, del tipo ?abroghiamo la 30?, ?modifichiamola?, ?introduciamo il salario minimo garantito?, ecc.

Domanda numero uno: siamo d’accordo che il lavoro oltre ad una valenza economica esprime anche una funzione sociale, relazionale e di emancipazione delle persone e che, quindi, ancor prima che di un ?salario purch? sia? l’obbiettivo rimane per tutti noi, democratici e progressisti, garantire ad ognuno il diritto reale ad un lavoro ben remunerato, che valorizzi le professionalit? e permetta di esercitare la democrazia sui posti di lavoro?

Domanda due: siamo d’accordo che la forma ordinaria e ?normale? di lavoro sia e sar? quella subordinata a tempo indeterminato (come scrive ogni volta l’Unione Europea nei suoi documenti)? Cio? che forme di lavoro atipico costituiscono l’eccezione e non la regola, in un mercato del lavoro equilibrato?

Domanda tre: siamo d’accordo che se ?lo scambio? che avviene nel lavoro a tempo indeterminato ? ?corrispettivo x di salario? a fronte di una relativa stabilit?, nei contratti di lavoro atipico (dove manca la sicurezza del rapporto) il corrispettivo (e quindi il costo del lavoro) deve essere pi? alto proprio per compensare il ?mancato scambio? (anche in termini di maggiore contribuzione previdenziale o di maggiore ?assicurazione sociale? contro i rischi di non lavoro), in un sistema di protezione universalista che tenda a stabilizzare l’occupazione?

Domanda quattro: siamo d’accordo che alla fine, nel mercato del lavoro, coloro che impiegano il proprio tempo e le proprie professionalit? si dividono in ?solo? 2 grandi categorie? Quella di chi ? economicamente dipendente (cio? il frutto del proprio lavoro fa valore aggiunto per un terzo soggetto, da cui dipende il quantum della remunerazione) e quella di chi ? economicamente indipendente (cio? il frutto del lavoro fa valore aggiunto solo per se o per altri soci aventi le sue stesse caratteristiche di reale autonomia, e determina o condetermina lui, liberamente, il proprio corrispettivo)? E che quindi la questione vera non ? tanto quella di dare ad ogni tipologia di lavoro (ormai sono ben 42) un corredo specifico di tutele (frantumandole e coorporativizzandole) o diritti minimi, ma ? quella di ricondurre gli ?economicamente dipendenti? all’interno delle tutele ?pi? forti? oggi disponibili, cio? quelle del lavoro dipendente (ammortizzatori sociali, tutela contro i licenziamenti indiscriminati, diritti sindacali e di rappresentanza, ecc.)?

Domanda cinque: chi dice che la flessibilit? debba per forza coincidere con tipologie contrattuali pi? deboli e quindi ?plasmabili? sulle sole esigenze aziendali e non invece possa coincidere con una ridefizione dell’organizzazione delle modalit? produttive e dei regimi orari , dentro e fuori l’azienda, in relazione anche ai tempi di vita e dei contesti urbani e sociali in cui si opera?

Domanda numero sei: siamo d’accordo che la qualit? coincide anche con l’unitariet? del ciclo produttivo, con le integrazioni orizzontali delle professioni e delle competenze che (dall’ideazione, alla personalizzazione, alla definizione/produzione fino alla vendita del prodotto-servizio) si possono esplicare anche in contesti e con modalit? differite, ma dai contorni precisi; e quindi con strumenti di contrattazione, tutele e diritti che siano definiti non in base al dove e al chi formalmente (in appalto, in ramo d’azienda, ecc.) produce, ma in base al cosa il soggetto imprenditoriale (che guadagna, in ultimo, sul prodotto finale) fa nel suo complesso, attraverso la prestazione dei diversi lavoratori collocati in ?aree diverse??

Capire se, nell’ambito del centro sinistra e degli schieramenti sociali, si ? d’accordo con questi principi mi pare la questione centrale oggi. Solo cos? alcuni luoghi comuni potranno essere ripensati profondamente (e con essi le distorsioni e le ingiustizie introdotte dalla legge 30), soprattutto i pi? diffusi: cio? che pi? lavoratori atipici (intendendo – come si sar? capito – tutti i contratti subordinati economicamente nei fatti e non a tempo indeterminato) coincidono per forza con pi? occupati; che pi? atipici vuol dire aumento automatico del salario collettivo; che pi? flessibilit? contrattuale vuol dire automaticamente migliore governo dei tempi e dei ritmi produttivi a fronte di un forte turn-over di lavoratori che necessitano di medie professionalit?.
Potremmo per esempio accorgerci che – come ha dimostrato la liberalizzazione del contratto a tempo determinato e l’introduzione dell’interinale (oggi somministrazione) – le quote assorbili sono pi? o meno date in un contesto di forza lavoro che muta lentamente, e che altri sono i terreni per creare occupazione. A partire dalle politiche attive (formazione, skill professionali, ricerca della vacancies aziendali ecc.), dalle politiche di conciliazione (pensiamo al part-time per le donne che per essere incentivato necessita prima di tutto di piani delle citt? e di servizi sociali compatibili con i tempi femminili), dalle politiche di specializzazione e riconversione produttiva (crescita dimensionale delle imprese, introduzione di valore aggiunto nei servizi e nel terziario localizzato, ecc.). Il lavoro stabile e di qualit? deve tornare ad essere il cuore del nuovo patto sociale e l’obbiettivo finale per la sinistra non pu? essere quello di riportare a normalit? (cio? al contratto a tempo indeterminato) le troppe eccezioni presenti nel mercato del lavoro italiano.
Tratto da: L’Unit?

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Reading the Script

3 agosto 2004 Commenti chiusi

Editoriale di Paul Krugman sulla modalit? in cui le notizie vengono date dalle TV via cavo statunitensi.

Prendendo spunto dalla recente convention democratica vengono messi in luce alcuni punti oscurati o manipolati dai media televisivi.

By PAUL KRUGMAN

A message to my fellow journalists: check out media watch sites like campaigndesk.org, mediamatters.org and dailyhowler.com. It’s good to see ourselves as others see us. I’ve been finding The Daily Howler’s concept of a media “script,” a story line that shapes coverage, often in the teeth of the evidence, particularly helpful in understanding cable news.

For example, last summer, when growth briefly broke into a gallop, cable news decided that the economy was booming. The gallop soon slowed to a trot, and then to a walk. But judging from the mail I recently got after writing about the slowing economy, the script never changed; many readers angrily insisted that my numbers disagreed with everything they had seen on TV.

If you really want to see cable news scripts in action, look at the coverage of the Democratic convention.

Commercial broadcast TV covered only one hour a night. We’ll see whether the Republicans get equal treatment. C-Span, on the other hand, provided comprehensive, commentary-free coverage. But many people watched the convention on cable news channels – and what they saw was shaped by a script portraying Democrats as angry Bush-haters who disdain the military.

If that sounds like a script written by the Republicans, it is. As the movie “Outfoxed” makes clear, Fox News is for all practical purposes a G.O.P. propaganda agency. A now-famous poll showed that Fox viewers were more likely than those who get their news elsewhere to believe that evidence of Saddam-Qaeda links has been found, that W.M.D. had been located and that most of the world supported the Iraq war.

CNN used to be different, but Campaign Desk, which is run by The Columbia Journalism Review, concluded after reviewing convention coverage that CNN “has stooped to slavish imitation of Fox’s most dubious ploys and policies.” Seconds after John Kerry’s speech, CNN gave Ed Gillespie, the Republican Party’s chairman, the opportunity to bash the candidate. Will Terry McAuliffe be given the same opportunity right after President Bush speaks?

Commentators worked hard to spin scenes that didn’t fit the script. Some simply saw what they wanted to see. On Fox, Michael Barone asserted that conventioneers cheered when Mr. Kerry criticized President Bush but were silent when he called for military strength. Check out the video clips at Media Matters; there was tumultuous cheering when Mr. Kerry talked about a strong America.

Another technique, pervasive on both Fox and CNN, was to echo Republican claims of an “extreme makeover” – the assertion that what viewers were seeing wasn’t the true face of the party. (Apparently all those admirals, generals and decorated veterans were ringers.)

It will probably be easier to make a comparable case in New York, where the Republicans are expected to feature an array of moderate, pro-choice speakers and keep Rick Santorum and Tom DeLay under wraps. But in Boston, it took creativity to portray the delegates as being out of the mainstream. For example, Bill Schneider at CNN claimed that according to a New York Times/CBS News poll, 75 percent of the delegates favor “abortion on demand” – which exaggerated the poll’s real finding, which is that 75 percent opposed stricter limits than we now have.

But the real power of a script is the way it can retroactively change the story about what happened.

On Thursday night, Mr. Kerry’s speech was a palpable hit. A focus group organized by Frank Luntz, the Republican pollster, found it impressive and persuasive. Even pro-Bush commentators conceded, at first, that it had gone over well.

But a terrorism alert is already blotting out memories of last week. Although there is now a long history of alerts with remarkably convenient political timing, and Tom Ridge politicized the announcement by using the occasion to praise “the president’s leadership in the war against terror,” this one may be based on real information. Regardless, it gives the usual suspects a breathing space; once calm returns, don’t be surprised if some of those same commentators begin describing the ineffective speech they expected (and hoped) to see, not the one they actually saw.

Luckily, in this age of the Internet it’s possible to bypass the filter. At c-span.org, you can find transcripts and videos of all the speeches. I’d urge everyone to watch Mr. Kerry and others for yourself, and make your own judgment.

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Riforma pensioni for dummies

2 agosto 2004 Commenti chiusi

Quattro casi di giovani lavoratori alle prese con le nuove regole del sistema previdenziale.
Da stare allegri.

La Co.Co.Co

La domanda: Sono una co.co.co dal 1996. Ce la far? a sostenermi in futuro con la mia pensione?

Con le regole di oggi, valide peraltro sino a tutto il 2007, per ottenere la rendita basta raggiungere i 57 anni di et?, con soli cinque anni di versamenti. Dal 2008 cambia tutto: occorreranno 60 anni di et? per le donne e 65 anni per gli uomini (resta comunque il requisito contributivo di almeno 5 anni). Vi sono tuttavia altre due possibilit? alternative: raggiungere 35 anni di contributi accompagnati dal compimento del 60? anno di et? (sia uomini che donne), oppure 40 anni di anzianit? contributiva indipendentemente dall’et? (come oggi). Per quanto riguarda l’ammontare della futura rendita, tra le giuste preoccupazioni della lettrice, le prospettive non sono certo rosee. Nemmeno l’aumento dell’aliquota contributiva dal 14 al 19%, stabilito con Finanziaria del 2004, riuscir? infatti a salvare i co.co.co. da una vecchiaia “difficile”.
Facciamo il caso di un collaboratore iscritto alla gestione separata dall’inizio (1996). Anche ipotizzando un’attivit? continuativa e un ritiro a 60 anni la pensione coprir? solo il 35% dell’ultimo reddito. Chi lascia prima rischia di vivere alle soglie della povert? con tassi di copertura del 20-25%. Nel sistema contributivo l’interruzione del lavoro, con la sospensione dei versamenti Inps, costa cara. Alla collaboratrice donna che per cinque anni sospende l’attivit? per accudire il figlio, ad esempio, il vuoto coster? 4-5 punti percentuali. Cos? a 60 anni la pensione ammonter? al 30% del reddito.

Il neolaureato

La domanda: Sono un neolaureato in attesa di occupazione. Sbaglio o la riforma si occupa poco di noi?

E’ vero. Il dibattito di questi giorni sulla riforma del sistema pensionistico si ? incentrato tutto sul problema della pensione di anzianit? e, quindi, di chi ? vicino al traguardo. Si tratta, tutto sommato, di una categoria di lavoratori privilegiati sia perch? hanno la pensione in giovane et?, sia perch? sono sicuri di avere una buona rendita.
Con 35-40 anni di lavoro potranno contare su una rendita che va dal 70 all’80% dell’ultima retribuzione. Se si tiene conto del fatto che da pensionati non pagano pi? i contributi previdenziali (9% circa dello stipendio), intascano una rendita (al lordo delle tasse) che supera anche l’80%. Il problema che non ? stato sufficientemente sollevato ?, invece, quello dei giovani. Cio? di chi rischia di avere pensioni davvero molto basse o di non averla nemmeno. Una categoria di lavoratori che peraltro non pensa al problema e che soprattutto non ? consapevole di quali rischi corre.
Tutte le simulazioni sul futuro elaborate da esperti del settore dimostrano, se ancora ci fosse bisogno di sottolinearlo, che le nuove generazioni non possono contare su una vecchiaia tranquilla come i loro genitori. Chi ? entrato nel mondo del lavoro dopo il 1995, coloro cio? che andranno in pensione con l’intero calcolo contributivo, non possono quindi esimersi dall’adesione ad un fondo complementare, per ottenere una rendita che integri la loro magra futura pensione.

Il neoassunto

La domanda: Sono un giovane trentenne che lavora da quattro anni. Che effetti avr? la riforma nel mio caso?

La riforma investe anche coloro che hanno cominciato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995. Gli attuali requisiti richiesti per la nuova pensione contributiva, ossia minimo di 57 anni di et? e 5 anni di versamenti, varranno solo sino a tutto il 2007.
Dal 2008 occorrono 60 anni di et? per le donne e 65 anni per gli uomini, con almeno 5 anni di anzianit? contributiva, oppure 35 anni di contributi accompagnati dal compimento del 60? anno di et? (61 per gli autonomi), ovvero 40 anni di anzianit? a prescindere dall’et?. Con il sistema contributivo, la pensione ? destinata a crescere gradualmente per ogni anno in pi? di lavoro. Il meccanismo che sta alla base del nuovo criterio di calcolo ? abbastanza semplice.
Il lavoratore, con il concorso dell’azienda, provvede annualmente ad accantonare il 33% del proprio stipendio (artigiani e commercianti accantonano invece il 20% del reddito). Il conto contributivo viene rivalutato ogni anno sulla base della dinamica quinquennale del Pil (il prodotto interno lordo), e cio? la ricchezza nazionale. Alla data del pensionamento, al montante contributivo, ossia alla sommatoria dei versamenti effettuati, si applica un coefficiente di conversione legato all’et? scelta (coefficienti che saranno presto rivisti al ribasso): 5,163% per chi decide di lasciare il lavoro e di chiedere la pensione a 60 anni, 5,514% per chi resister? fino a 62 anni e 6,136% per chi sceglie di arrivare fino a 65 anni.

L’alternativa dei fondi pensione

La domanda: Con la pensione pari al massimo al 56% del reddito, come funzionano i fondi pensione?

I fondi pensione in pratica sono delle associazioni senza fini di lucro con l’obiettivo di garantire ai lavoratori delle prestazioni pensionistiche complementari a quelle offerte dal sistema pubblico. Funzionano con il sistema della capitalizzazione individuale. Ci? significa che ogni iscritto ? titolare di una propria posizione contributiva, sulla quale affluiscono periodicamente flussi finanziari, cio? le contribuzioni a carico del lavoratore e anche dell’impresa se ? un lavoratore dipendente, nonch? il trattamento di fine rapporto lavoro. Flussi finanziari che vengono poi impiegati e gestiti da societ? specializzate per il miglior rendimento possibile sul mercato. Al raggiungimento di determinati requisiti, collegati in genere a quelli previsti per le pensioni pubbliche, il lavoratore consegue il diritto alla prestazione complementare: pensione di vecchiaia, pensione d’anzianit? o alla liquidazione in capitale, ma per il 50% dell’importo spettante, mentre la restante parte comunque viene erogata sotto forma di rendita periodica. Da segnalare infine che durante il periodo di assicurazione presso il fondo pensione, il lavoratore pu? richiedere anticipazioni in capitale per far a fronte a determinate situazioni. Naturalmente non esiste alcuna garanzia dello Stato sui fondi previdenziali che hanno i loro rendimenti legati all?andamento dei mercati finanziari, azionari o obbligazionari

Tratto da: Il Corriere della Sera

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