Vivere da giovane lavoratore atipico fluttuando tra lavoro e famiglia
Per la prima volta il popolo dei Collaboratori coordinati e continuativi si confessa in una ricerca voluta dalle Acli e realizzata dal Censis in collaborazione con l?Iref.
Ne emerge un identikit estremamente lucido di questa categoria, soddisfatta delle mansioni svolte e anche (un po? a sorpresa) della remunerazione, ma con l?aspirazione costante a una posizione pi? stabile e sicura.
Perch?, in ogni caso, il futuro per loro ? un lusso al quale oggi non possono permettersi di pensare.
I nodi critici della categoria? Previdenza, tutele sindacali, formazione e assistenza sanitaria. L?ancora di salvezza? La rete costituita da famiglia e amici
? Collegamento al sito del Censis da cui ? possibile scaricare la ricerca completa.
Il Welfare visto dai ?co.co.co? finisce per appannarsi, confondendosi in una galassia di buoni propositi che per? sembrano riguardare un?altra vita, che non ? la loro. Almeno per oggi, domani si vedr?. La categoria meno atipica e pi? istituzionalizzata dei cosiddetti lavoratori atipici ha, infatti, un rapporto di amore e odio nei confronti della propria condizione lavorativa. C?? una soddisfazione di fondo per le mansioni svolte (72,6%) e anche per la remunerazione (54,2%), ma rimane fortissima (54,2%) l?aspirazione a una posizione pi? stabile, che assicuri maggiori garanzie e tutele. La soddisfazione per la condizione professionale attuale ? strettamente associata, dunque, alla sua percezione come puramente transitoria verso altre modalit? lavorative. Del resto in una societ? senza dimensione di marcia unitaria, nei co.co.co si ? determinata una sorta di fluttuazione nel presente, una tendenza a concentrarsi prevalentemente sulla dimensione contingente.
Questa fotografia dei lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa emerge da una ricerca (?Ci penser? domani: comportamenti, opinioni e attese per il futuro dei co.co.co ?) voluta dalle ACLI e realizzata dal Censis in collaborazione con l?Iref, in occasione dell?iniziativa ?Welfare: una porta aperta sul futuro?. Lo studio indaga, per la prima volta a tutto campo, il ?popolo dei co.co.co.?, mettendone a fuoco i comportamenti, le aspettative, le preoccupazioni, il livello di vulnerabilit? sociale e le opinioni sul futuro. Il lavoro ? stato svolto su un campione di 1000 persone, costruito tenendo conto di variabili socio-demografiche, in modo da garantire la rappresentativit? dell?universo di circa 1 milione di lavoratori con contratto di questo tipo.
D?altra parte la scelta di ?pensare domani al futuro?, privilegiando un presente di esperienze stimolanti, appare inevitabile: se il lavoro ? transitorio, temporaneo, intermittente non pu? essere, scrive il Censis ?il fulcro di un destino individuale da costruire progressivamente dove i sacrifici attuali sono funzionali per creare nuova ricchezza; appare, pertanto, ingiusto stigmatizzarli come tardo-adolescenti, opportunisti, perennemente agganciati al cordone ombelicale?. Gi?, perch? i co.co.co non hanno mai staccato i ponti rispetto alla famiglia di provenienza. Se pochi (20,1%) sembrano in qualche modo preoccupati di potersi trovare in gravi difficolt? economiche, ci? avviene anche perch? possono contare (il 56,4% lo ha fatto concretamente negli ultimi 12 mesi) sull?aiuto della famiglia e su quello degli amici (35,8%).
Insomma, il calore della nicchia familiare in cui i co.co.co. sono acquattati sembra essere un ottimo baluardo contro le conseguenze delle minori tutele collettive e rende meno stringente il nodo della costruzione del futuro. Anche se, nota la ricerca ACLI/Censis, il crescente peso sulle spalle finanziarie e relazionali delle famiglie del costo della flessibilit? e della competitivit? del sistema delle imprese rischia di sovraccaricare le reti familiari, rallentandone la spinta come polmone finanziario.
?In sostanza ? commenta Luigi Bobba, Presidente delle Acli ? questa ricerca ci dice che la flessibilit? attuale, traducendosi in pratica pi? in una riduzione di tutele e costi che nella promozione di una effettiva mobilit? indotta da una competizione su conoscenze e innovazione, rischia di penalizzare le famiglie, le imprese e i co,co.co senza adeguata rete familiare: rischia, insomma, di accentuare la contrazione della voglia di rischiare e investire sul futuro?
Nonostante l?83,9% dei co.co.co dichiari infatti di avere idee abbastanza chiare sul futuro e pur essendo convinti (58,5%) che nei prossimi anni si ridurr? l?ampiezza della copertura pubblica per sanit? e previdenza e, sapendo (64,7%) che non riceveranno una pensione adeguata in futuro, il 58,2% non fa nulla per garantirsi una vecchiaia serena, o perch? non ha i soldi necessari o perch? ancora non ha trovato il tempo per informarsi.
L?identikit: pi? donne, del nord, che vivono ancora in famiglia
C?? una certa prevalenza di donne (53,9%) e una leggera maggioranza di 30-39enni (51,5%). Vivono in capoluoghi di provincia, nel 64,5% dei casi situati soprattutto nel Nord (38,1% nel Nord Ovest e 23% nel Nord Est) e utilizzano Internet (lo fa l?81,2% del campione). Il 56,7% dei co.co.co ha un diploma di Scuola media superiore e il 30% ha in tasca una laurea. Il 55,8% vive ancora in famiglia e solo il 13,5% ha creato un nucleo familiare con figli e un altro 13,9% vive con il coniuge/partner. Il 70,9% sono celibi o nubili, mentre il 22,7% sono coniugati. I principali canali utilizzati per trovare questa occupazione sono due: le conoscenze (relazioni personali ? 54,4% – e consigli di familiari e amici, 51,3%) e l?invio del curriculum (per posta ordinaria, 44,5%, per posta elettronica, 28,4%, consegnato di persona, 33,3%). Poco sfruttato il sistema dei concorsi e degli stage, come anche i corsi di formazione.
Il nomadismo contrattuale: valore positivo o pericolo?
Si tratta di persone che, da quando hanno cominciato a lavorare, hanno praticato una sorta di ?nomadismo contrattuale?: dalle collaborazioni coordinate e continuative (81%), alle collaborazioni occasionali (62,8%), ai lavori informali (39,1%), ai lavori stagionali (30,8%), ai contratti di dipendenza a tempo determinato (27,8%), ai lavori interinali (19,3%). Qualcuno ? stato anche lavoratore dipendente a tempo indeterminato (19,7%), mentre il 16% ? passato per un contratto di formazione-lavoro. Al momento in cui ? stata svolta la ricerca, ? risultato che il 57% degli intervistati ? tutti, in ogni caso, accomunati da precedenti esperienze con contratto di collaborazione coordinata e continuativa – aveva in corso un contratto co.co.co. e che ben il 20,5% (con punte del 42,6% nel Sud e nelle Isole) aveva pi? contratti di questo tipo. Un dato, quest?ultimo, che testimonia forse il tentativo di dare continuit? alla propria occupazione, aumentando il numero delle controparti. Altri sono tornati a svolgere lavori saltuari (13,9%) mentre l?8,9% ha dichiarato di essere diventato libero professionista con partita Iva.
Ma quali settori produttivi fanno maggior ricorso alle collaborazioni coordinate e continuative? La ricerca svela che nel 36% dei casi i co.co.co svolgono mansioni di data entry, rendicontazione contabile, segreteria, call center. Seguono con il 35,8% le mansioni legate alla vendita, al commercio al dettaglio, alla promozione di prodotti commerciali, quelle legate alla progettazione, marketing strategico e ricerca (32,2%) e i lavori manuali nei settori edilizio, della ristorazione e delle pulizie (30,4%, con punte anche del 63% nel Nord est).
?Questo nomadismo contrattuale ? spiega Luigi Bobba, Presidente delle Acli ? e la transitoriet? che ne segue, pongono un problema di mancata accumulazione di competenze che dovrebbe far riflettere le imprese in primo luogo ma anche la societ? nel suo complesso. I co.co.co sono fedeli solo a se stessi e portano con s? un bagaglio di conoscenze, competenze e relazioni che sono la loro forza competitiva sul mercato del lavoro. Una forza che di fatto risulta, quindi, esterna al sistema delle aziende e ne mette a rischio la crescita futura?.
Tutti gli svantaggi del contratto: dalla previdenza al sindacale
I collaboratori, se sono soddisfatti delle mansioni svolte e della retribuzione ricevuta, non lo sono nei confronti del tipo di contratto (45,3%): i pi? insoddisfatti sono, in particolare, i giovani e le donne. E spiegano perch?: il contratto co.co.co, a loro giudizio, ? pi? svantaggioso rispetto al contratto di lavoratore dipendente per quanto riguarda la sicurezza previdenziale (65,6%), le tutele sindacali (66,3%), la stabilit? lavorativa (62,8%), la formazione continua (54,5%).
Ed ? ancor pi? penalizzante se si confronta con la situazione in cui si trova un libero professionista. In questo caso, infatti, le percentuali di chi giudica il contratto co.co.co penalizzante salgono al 78,5% con riferimento alla sicurezza previdenziale, al 79,1% per le tutele sindacali, al 75,4% per la stabilit? lavorativa e al 58,1% per quanto riguarda al formazione continua. Ma lo svantaggio si misura anche in altro modo: il contratto co.co.co ha di fatto rappresentato un ostacolo per ottenere un finanziamento per acquisti a rate di beni durevoli (40,3%), o per ottenere un mutuo per acquistare una casa (34,5%) e per fare una programmazione di pi? lunga durata (51,2%).
Il sogno ? la stabilit? del lavoro, la realt? presente ? lo stress
Ecco, invece, le richieste per raggiungere una maggiore sicurezza di lavoro: un contratto collettivo anche per i collaboratori coordinati e continuativi (37,8%). Infatti, la tutela degli interessi professionali attualmente viene svolta nel 74% dei casi dallo stesso lavoratore e solo nel 7% dei casi attraverso il sindacato o le organizzazioni di categoria. Nell?immediato, i co.co.co. hanno come obiettivo a breve termine l?aumento della retribuzione (42,4%), il passaggio ad altre forme di contratto con l?avvio di una attivit? autonoma (34,7%) o l?acquisizione di una specializzazione pi? spendibile sul mercato (26,5%).
Ma a lungo termine il primo obiettivo cui guardano ? quello di ottenere un lavoro stabile (54,2%) o pi? vicino alle proprie competenze (32,2%), oppure di accrescere il proprio potere contrattuale (28,6%). La difficolt? di trovare un lavoro pi? sicuro e tutelato ? una delle principali preoccupazioni di questi lavoratori atipici (43,2%), ma poi seguono altre quattro paure che valgono tutte per circa il 25% del campione: timore di veder peggiorare le proprie condizioni retributive, possibile crisi del settore in cui si opera, mancanza di tutele per disoccupazione e malattia e, infine, un po? come somma dei punti precedenti, la difficolt? a sostenere lo stress della precariet?.
La famiglia e gli amici, una rete di protezione morale ed economica
Tuttavia, anche se il 24,3% degli intervistati giudicano molto probabile la possibilit? di restare a lungo inoccupati, la maggioranza (57,4%) valuta come ?poco e per niente probabile? l?eventualit? di dover vivere per un lungo periodo in gravi difficolt? economiche. Questi lavoratori ? come risulta dall?indagine voluta dalle ACLI ? possono contare infatti su una rete di protezione costituita dalle famiglie (che svolgono di fatto il ruolo di ammortizzatore sociale) e dagli amici. Il 56,4% dichiara di aver ricevuto negli ultimi 12 mesi aiuto dai parenti: si ? trattato nel 74% dei casi di sostegno economico, ma anche di aiuti nella gestione della casa e nello sbrigare pratiche burocratiche (41,3%) e di appoggi morali in situazioni di stress lavorativo (46,9%). Gli amici invece sono intervenuti nel 35,8% dei casi e sono stati utili nel dare consigli utili per il lavoro (55,8%), nel sostegno alla ricerca del lavoro (42,7%) e, ancora una volta, come appoggio morale in situazione di stress lavorativo (49,2%).
Da notare che nel Sud-isole e nel Nord Est le reti spontanee di supporto hanno operato con maggiore intensit?, ma con pesi diversi: mentre infatti nella prima delle due aree il 60,1% ha fatto ricorso ai parenti e il 35,2% agli amici, nel secondo caso il 63,1% si ? rivolto agli amici e il 45,9% ai parenti. Le donne (il 61% ha ricevuto aiuto dai parenti e il 42% dagli amici) e le persone con et? fino a 29 anni (il 62,7% ha ricevuto supporto dai parenti e il 35,8% dagli amici) hanno maggiormente fatto ricorso alle rete di protezione informale.
Un futuro difficile, da costruire anche grazie alla formazione
L?ultima parte della ricerca, dedicata a indagare sulla progettualit? di questi lavoratori, mette in luce una serie di contraddizioni. Tra i progetti di vita pi? rilevanti, troviamo quello di costruire con il risparmio un piccolo patrimonio (45,3%), creare una famiglia (34,9%), comprare una casa (25,5%), dedicare pi? tempo agli interessi non professionali (22,2%). L?83,9% degli intervistati dichiara di avere idee abbastanza chiare sul proprio futuro, l?88,9% ? convinto che il futuro dipende dalle proprie scelte, e il 27,4% afferma di essere troppo immerso nei problemi quotidiani per pensare al futuro.
Ma poi scopriamo che il 51% dei co.co.co. non ha mai partecipato a corsi di formazione, anche perch? la met? (50,2%) di quelli che lo hanno fatto se li sono dovuti pagare da soli: il 55,2% pensa comunque di parteciparvi in futuro: tra i soggetti pi? propensi a fare questa scelta gli abitanti del Sud-Isole (80,8%), i co.co.co pi? giovani (63,6%) e le donne (57,7%). In ogni caso la formazione viene considerata, soprattutto, uno strumento utile per aggiornare le competenze (37,5%) e una libera scelta del lavoratore, frutto di una crescita individuale (33,2%).
?La formazione ? nota il Censis ? pu? esercitare un ruolo cruciale nel destino dei co.co.co e, a tale fine, si rende necessario attivare una serie di iniziative per incentivare la scelta dei lavoratori di fare formazione, quali ad esempio, la detassazione delle spese formative o l?assegnazione di buoni o vaucher da spendere in progetti e attivit? di formazione; la certificazione degli apprendimenti e delle esperienze tramite un vero e proprio bilancio delle competenze e, pi? in generale, la predisposizione di sistemi integrati a livello locale capaci di offrire, ai vari stadi del percorso di vita e professionale, occasioni formative e di inserimento lavorativo?.
La Previdenza complementare? Indispensabile, ma costa troppo
Note dolenti anche per quanto riguarda la previdenza: il 64,7% degli intervistati (con punte del 97% nel Nord est e del 78,9% nel Sud e Isole) sa che probabilmente sar? impossibile ricevere una pensione adeguata in futuro, ma il 58,7% ammette di non star facendo nulla, o perch? non ha i soldi per farlo (27%) o perch? vorrebbe informarsi ma ancora non l?ha fatto (31,3%).
Poco meno di un quinto (21,6%) di questi lavoratori dichiara di versare i contributi alla gestione separata Inps. Qualcuno per? ha fatto ricorso ad altri strumenti per garantirsi una vecchiaia serena: polizze vita (14,2%), Piani di pensionamento individuale (6,1%), Fondi Pensione (5,3%). Quanto ai giudizi sulla gestione separata Inps, il campione si spacca esattamente a met?: il 47,6% ritiene che il versamento dei contributi sia importante perch? consentir? di avere un reddito pensionistico, anche se l?aliquota ? troppo alta. Il 48,1%, a sua volta, ritiene invece che si tratti di un?ulteriore tassa che non apporter? alcun beneficio, o di una ?appropriazione indebita? di una quota di reddito che potrebbe essere altrimenti utilizzata.
La previdenza complementare, in conclusione, viene giudicata indispensabile per integrare la pensione pubblica (28,6%), ma ?? difficile far fronte ai piani di versamento? (30,9%) e ci vorrebbe un?incentivazione fiscale (38,9%). Anche perch? le disponibilit? sono molto ridotte: il 37% dichiara di non risparmiare nulla e il 19,3% si limita a mettere da parte il 5% del proprio reddito annuo. Infine la sanit?: solo il 9,1% degli intervistati ha sottoscritto una polizza sanitaria, ma nel 2002 ben il 30,3% del campione si ? rivolto a strutture private per farsi curare, soprattutto perch? la stessa prestazione poteva essere data dalla struttura pubblica con grande ritardo (42,4%). Ovvio, quindi, che tra gli strumenti di copertura assicurativa utili nel lavoro figuri, al primo posto, l?indennit? di malattia o in caso di ricovero (60,8%), e quella di disoccupazione (21,8%).